QUASI AMICI>TITOLO ORIGINALE “INTOUCHABLES”>Regia di Olivier Nakache e Éric Toledano.

TRAMA DEL FILM

   La vita derelitta di Driss, tra carcere, ricerca di sussidi statali e un rapporto non facile con la famiglia, subisce un’impennata quando, a sorpresa, il miliardario paraplegico Philippe lo sceglie come proprio aiutante personale. Incaricato di stargli sempre accanto per spostarlo, lavarlo, aiutarlo nella fisioterapia e via dicendo Driss non tiene a freno la sua personalità poco austera e contenuta.

   Diventa così l’elemento perturbatore in un ordine alto borghese fatto di regole e paletti, un portatore sano di vitalità e scurrilità che stringe un legame di sincera amicizia con il suo superiore, cambiandogli in meglio la vita.
Il campione d’incassi in patria (con cifre spaventose) è anche un campione d’integrazione tra i più classici estremi.

   La Francia bianca e ricca che incontra quella di prima generazione e mezza (nati all’estero ma cresciuti in Francia), povera e piena di problemi.

   Utilizzando la cornice della classica parabola dell’alieno che, inserito in un ambiente fortemente regolamentato ne scuote le fondamenta per poi allontanarsene (con un misto di Mary Poppins e Il cavaliere della valle solitaria), i registi Olivier Nakache e Eric Toledano realizzano anche un film tra i più ottimisti sulle tensioni che attraversano la Francia moderna. Mescolando archetipi da soap (anche i ricchi piangono), la favola del vivere semplice e autentico come ricetta di vera felicità e un pizzico di “fatti realmente accaduti”, a cui gli autori sembrano tenere molto (l’autenticità viene ricordata in apertura e di nuovo in chiusura con i volti dei veri personaggi), Quasi amici riesce a mettere in scena un racconto che scaldi il cuore e rischiari l’animo a furia di risate liberatorie (l’uinca possibile formula che porti incassi stratosferici) senza procedere necessariamente per le solite vie.

   La storia di Philippe e Driss non segue la canonica scansione da commedia romantica, non procede per incontro/unione/scontro/riconciliazione finale ma ha un andamento più ondivago, che fiancheggia la crisi del rapporto e le sue difficoltà senza mai forzare il realismo.Pur concedendo molto a quello che piace pensare, rispetto al modo in cui realmente vanno le cose, il duo Olivier Nakache e Eric Toledano riesce nell’impresa non semplice di infondere un’aria confidenziale ad un film che poteva facilmente navigare le acque del favolismo.

   Molto è merito di un casting perfetto che, si scopre alla fine, ha avuto il coraggio di allontanarsi parecchio dalle fisionomie dei personaggi originali. Sul corpo statuario sebbene non perfettamente scolpito (come sarebbe invece accaduto in un film hollywoodiano) di Omar Sy passano infatti tutte le istanze del film. Dai suoi sorrisi alle sue incertezze fino alla sua determinatezza, ogni momento è deciso a partire da quello che l’uomo nero può significare nella cultura francese odierna.

   Elemento pericoloso quando vuole spaventare un fidanzato che merita una lezione o un arrogante vicino che ingombra il passaggio, indifesa vittima della società quando ha bisogno di un aiuto, forza primordiale e vitale quando balla e infine carattere autentico quando tenta approcci improbabili con le algide segretarie

 

LINEE INTERPRETATIVE COSMOARTISTICHE

Philippe> “… Perché la gente s’interessa all’arte? ”. Driss > “ Non lo so. E’ un businness…” . Philippe> “ No.  Perché è la sola traccia del nostro passaggio sulla Terra!”

   Il film  presenta  varie linee interpretative, opera polisemica, contiene diverse tematiche sociali ed esistenziali, tra gli altri: l’immigrazione in Europa degli africani, l’integrazione razziale, il problema degli handicap (fisici e sociali), il ruolo del maschile per uscire dal masochismo, l’amicizia come dono da costruire, il ruolo del figlio per rivitalizzare il padre, l’ironia come mezzo  per attraversare la sofferenza, il dolore dell’abbandono e la bellezza del ritrovarsi, e tra l’altro un originale dono edipico finale del figlio/padre.

   Nel ricordare che “il dolore serve per creare, non per espiare”, che il dolore è una forza cosmica che va unita alle forze umane per costruire  “sentieri di bellezza seconda”, tutto il film  contiene una forza speciale, una vitalità intensa che passa in tutti i protagonisti di questa incredibile storia.

   La narrazione prende spunto dal racconto di una storia veramente accaduta; che i registi, dopo il montaggio abbiano chiesto al principale protagonista di dare il suo beneplacito all’opera cinematografica, è altamente significativo.

   La trama si ispira a quella vera del libro autobiografico Il diavolo custode di Philippe Pozzo di Borgo, uomo d’affari francese diventato tetraplegico nel 1993 in seguito a un incidente col parapendio. Immobile e senza sensibilità dal collo in giù, a salvarlo dalla morte dell’anima è stato Abdel, strano badante di colore, tutt’altro che gentile e affidabile, proveniente dalla periferia degradata di Parigi. “ È insopportabile, vanitoso, orgoglioso, brutale, superficiale, umano. Senza di lui sarei morto di decomposizione ”, scrive Philippe.

   In Quasi amici – Intouchables Philippe è interpretato da François Cluzet, che dimostra un controllo perfetto del corpo nella sua immobilità da sedia a rotelle unito a un’intensità espressiva che fa quasi dimenticare l’inabilità del suo personaggio.

   Abdel diventa Driss, nei cui panni c’è Omar Sy, capace di infondere al suo personaggio una guasconeria vulcanica e coinvolgente come una sensibilità sorprendente. Anche le attrici che contornano questo magnifico duo sono preziose presenze, su tutte Anne Le Ny, nelle vesti della governante premurosa e dotata di buon senso dell’umorismo, e Audrey Fleurot, la bella segretaria Magalie inflessibile e tagliente.

   Due mondi completamenti diversi, quello della Parigi aristocratica e ricca di Philippe e quello della Parigi povera e complicata di Driss, inaspettatamente si incontrano, offrendo un messaggio di speranza e tolleranza. Da un’amicizia insolita nasce una seconda vita. E intanto, mentre il tema delicato e serio dell’handicap è trattato in maniera umoristica e divertente, si vedono anche le banlieue parigine e la realtà contemporanea viene disegnata con pochi tocchi decisi.

   Mentre si ride o si piange, di fronte a Quasi amici – Intouchables, vengono affrontati temi sociali come l’integrazione, la collocazione dei giovani che vengono dalle periferie, il divario sempre maggiore tra le classi più abbienti e quelle più povere, le difficoltà di convivere con un handicap fisico…  Mentre si piange o si ride. Come pochi film sanno fare.

 

  1. IL TRAUMA COME STRUMENTO DI CONOSCENZA DEL VISSUTO PRENATALE.

Alla ricerca dell’ Inconscio Esistenziale

L’AGIRE DELL’INCONSCIO NON RIMOSSO

 

    La trama si ispira a quella vera del libro autobiografico Il diavolo custode di Philippe Pozzo di Borgo, uomo d’affari francese diventato tetraplegico nel 1993 in seguito a un incidente col parapendio. Immobile e senza sensibilità dal collo in giù, a salvarlo dalla morte dell’anima è stato Abdel, strano badante di colore, tutt’altro che gentile e affidabile, proveniente dalla periferia degradata di Parigi. “È insopportabile, vanitoso, orgoglioso, brutale, superficiale, umano. Senza di lui sarei morto di decomposizione”, scrive Philippe.

La Cosmo-art  ci indica di esplorare il presente per ridiscendere a cogliere i punti nodali della nostra mappa prenatale.

   “…Per inconscio esistenziale intendo un concetto topico-dinamico come di un luogo nel quale sono racchiuse, come sono racchiuse le informazioni di un computer, tutte le reazioni di amore e di odio, proprie dell’Io-Psichico e dell’ Io-Corporeo, e tutte le decisioni di amore e di odio, proprie dell’Io-Persona, liberamente emesse a partire da tutti i fatti esistenziali che hanno costellato la vita di ogni individuo, sin dal primo momento del concepimento.” ( Antonio Merurio, Teoria dell’ Inconscio Esistenziale, Progetto Editoriale -Costellazione di Arianna, SUR- Roma, p.25).

 

a)     Inconscio Esistenziale FATTUALE.

 Dalla narrazione sappiamo, quindi, che Philippe è diventato paraplegico in seguito ad un incidente col parapendio; da questo possiamo supporre che un analogo (o metaforico) incidente deve essergli capitato nel suo vissuto prenatale.

Le conseguenze esistenziali, nonostante la sua ricchezza (miliardario), sono state altrettanto dolorose: è abbandonato dalla moglie (muore prematuramente) e vive circondato da badanti e collaboratori familiari vari, da cui dipende in quanto non autosufficiente.

  Nel vissuto intrauterino dipendiamo in modo totale dalla madre, non siamo autosufficienti e viviamo incapsulati nell’utero che per quanto accogliente per la vita è sempre un luogo chiuso, ricco di possibilità di crescita e possibili trappole pericolose …

   Sappiamo dalla letteratura in merito quanto il feto, sotto forti spinte ansiogene e aggressive, possa vivere vere angosce di morte, tali da portarlo a vere paralisi, rannicchiandosi e rallentando i battiti cardiaci.

 Paure e angoscia di morte non sono infrequenti nel vissuto prenatale, ma nonostante tutto ciò le rassicurazioni e la ripetuta accettazione e accoglienza possono calmare e rassicurare le spinte alla vita.

     Recentemente, assistendo a lanci ripetuti  di “parapendio”, mi sono chiesto cosa possa spingere all’esperienza coraggiosa e sportiva, al limite della sfida al  pericolo: sulla costa tirrenica (Nord Calabria) a Praia a Mare, l’estate del 2011 sono stato tentato a lanciarmi col parapendio, ma ho desistito, certamente per mio scarso coraggio, anche perché ho considerato che la bellezza del lancio (e la contemplazione del paesaggio sottostante volando come un albatros) non compensavano la paura del pericolo.

   In autunno, vedendo il film, col personaggio di Philippe (ispirato ad un’esperienza reale), ho considerato il fatto che in caso di un incidente pesante non potevo certo permettermi cure da miliardario, come il personaggio del film.

Quale fosse stato il vissuto prenatale di Philippe, tanto da spingerlo alla pratica del “parapendio” ed al conseguente trauma, possiamo solo immaginarlo: sfida alla madre per i condizionamenti patiti e -nonostante ciò- coraggio a continuare una vita dignitosa, godibile e creativa.

 

b)     Inconscio Esistenziale REATTIVO.

   Nel film  il personaggio di Philippe è tratteggiato come persona paraplegica, che vive la sua condizione con molta autoironia e consapevolezza del suo stato.

   La reattività è forse da ascrivere alla sfida alla madre …

   Sfidare la madre da parte del figlio maschio a volte comporta compiere atti inconsulti, gesti al limite dell’impossibile, per allontanarsi da lei o dimostrargli quanto si è coraggiosi e che si può fare a meno di lei e delle sue cure …

   Poi, come nel caso di Philippe, si diventa dipendenti in tutto: sceglie di circondarsi di figure femminili, prima di incontrare un figura maschile Driss (il senegalese, sfrontato badante speciale).

 

 c)       Inconscio Esistenziale DECISIONALE.

  L’incontro con DRISS, nelle prime scene del film rappresenta una decisione nel presente (scegliere-decidere) di assumere il giovane senegalese come badante, quasi come affidarsi ad Abdel, strano badante di colore, tutt’altro che gentile e affidabile, proveniente dalla periferia degradata di Parigi, è una modalità creativa del suo inconscio decisionale.  “ È insopportabile, vanitoso, orgoglioso, brutale, superficiale, umano. Senza di lui sarei morto di decomposizione”, scrive Philippe.

   Affidarsi ad una parte maschile vitale ed impietosa, ma molto umana (quasi amico),

permette al protagonista di vivere il suo handicap con una nuova speranza.

   L’affidarsi al Sé Personale, fin dalla vita prenatale, permette all’Io Persona di non farsi accecare dalle pretese dell’Io Fetale e nascere ad un principio di realtà che somiglia molto al principio maschile, vitale e generoso.

 Un feto creativo e saggio è quello che, pur accettando il dolore di una madre asfissiante e poco protettiva, sa affidarsi al principio paterno forte e capace di sfidare l’impossibile per costruire un possibile vitale e gioioso.

 

 

DRISS (ABDEL) ED IL SUO INCONSCIO NON RIMOSSO, ALLA SCOPERTA DEL SE’.

 

 Il giovane senegalese entra nel racconto come uno sbruffone manipolatorio e arrogante: in principio si presenta al colloquio di lavoro, a casa di Philippe,  non per essere assunto, ma unicamente per scroccare la conferma della presenza alle selezioni di lavoro ed ottenere il sussidio di disoccupazione.

     Nel prosieguo del racconto, quando Philippe lo convince ad accettare un periodo di prova e poi assumerlo come badante, si scopre la vita traumatica e di miseria con cui  ha dovuto convivere prima in Senegal e poi in Francia.

 Abbandonato dalla madre con numerosi figli e con padre assente, viene  affidato e cresciuto da una zia, che gli impone la presenza di uno stuolo di cugini -tra cui uno adolescente, che lo raggiungono in Francia dal Senegal.

 Driss finisce in carcere per furto, ma pur cercando di sopravvivere cerca sbocchi creativi, prima dell’incontro (apparentemente casuale) con Philippe.

 

 

 

 

L’INCONSCIO NON RIMOSSO E LA MEMORIA CELLULARE.

 Tutto l’agire di Driss è istintivo, dettato dal suo profondo (L’INCONSCIO NON RIMOSSO).

   Sappiamo quanto di fronte al nostro agire istintuale attingiamo da un substrato interno, depositato nella nostra  personale MEMORIA CELLULARE, che ne orienta il comportamento, a volte in maniera inconsapevole.

 Nello studio, sulle leggi del mondo simmetrico, come è definito ne IL CODICE SIMMETRICO E LA COSMO-ART, questa indagine è tratteggiata nel riportare le riflessioni sul lavoro di Ignacio MATTE BLANCO, soprattutto riguardo alla concezione dell’ <Inconscio come Insiemi Infiniti> quando illustra, partendo dal concetto dell’<inconscio come struttura> ( di Freud), come L’INCONSCIO SIA UNA STRUTTURA, che risponde secondo leggi proprie, tale da configurarsi come una vera “logica simmetrica”, un vero codice.

 Driss è istintivo, vulcanico, ironico ed autoironico, a suo modo un artista di comunicazione, che affascina e coinvolge: il suo inconscio non rimosso, lo spinge a comportamenti al limite del decoro, ma sempre in maniera simpatica ed ilare, tanto da affascinare, coinvolgere e ottenere accettazione.

   In risposta ad una madre problematica-manipolatoria (ma non abbandonica), agisce sempre sperando di costruire soluzioni nuove, trovando sostegno dal suo SE’ PERSONALE, che riscopre  e mette in atto creativamente.

 La sua opera d’arte viene completata, dopo il  primo distacco da Philippe, quando ritorna e finalmente è capace di creare il dono per l’amico ( DA QUASI AMICI A PIU’ CHE AMICI).

   E fa a Philippe quello che avrebbe voluto che suo padre facesse a lui: donargli la madre o meglio farlo incontrare con una donna capace di sceglierlo ed amarlo per come lui è,  prenderne l’essenza ed utilizzarla con modalità creative.

 Driss, rincontrando Philippe dopo il primo periodo, comprende il suo bisogno  di incontrare la donna che corteggiava da tempo, ma  che non aveva ancora avuto il coraggio di vederla personalmente per stabilire un  contatto reale.

Gli prepara l’incontro: la conclusione finale è un DONO EDIPICO, di un figlio (Driss) che assume il ruolo paterno, espressione del suo Sé Personale, arricchito dal rapporto con Philippe e finalmente donativo e creativo

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DEAR JOHN (CARO JOHN) Regia di Lasse Hallström

Immagine

TRATTO DAL ROMANZO “RICORDATI DI GUARDARE LA LUNA” DI NICHOLAS SPARKS

IL CONIO ETERNO DELLA VITA ALLA RICERCA DI UNA VIA IMMORTALE

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LA COSMO-ART

(UN MODELLO ARTISTICO INTERPRETATIVO)

 

Trama del film

   John Tyree è un ragazzo ribelle, cresciuto senza madre, che vive assieme al padre problematico (con tratti di autismo), con il quale ha un rapporto tormentato. Per placare la sua inquietudine adolescenziale, John decide di arruolarsi nell’esercito, così viene mandato per qualche tempo oltre oceano per servire la patria. Tornato a casa in licenza, John passa la maggior parte del suo tempo a praticare surf. Un giorno, recuperando una borsa caduta in mare, conosce la bella Savannah Lynn Curtis.

   Tra i due ragazzi scatta subito il colpo di fulmine, trascorrendo ogni istante assieme, fino al giorno in cui John è costretto a ripartire. Dal quel momento John e Savannah si ripromettono di tenersi in contatto scrivendosi appassionate lettere d’amore.

    Dopo un anno John sta per tornare a casa per vivere serenamente la sua storia d’amore con Savannah, ma gli attentati dell’11 settembre 2001 gli faranno cambiare progetto. Decide quindi di riconfermare la ferma per altri due anni, continuando il rapporto epistolare con Savannah. Quest’ultima però risente della lontananza e spinta dal bisogno di aiutare l’amico Tim e il figlio autistico (di quest’ultimo) decide di lasciare John per sposarlo.

   Poco tempo dopo aver ricevuto la lettera in cui viene lasciato John verrà ferito in Afganistan. Dopo tre mesi di ospedale in Germania, essendo ancora innamorato inevitabilmente di Savannah, decide di restare nell’esercito per fare carriera. Tornerà a casa solo nel 2007, da sergente, poiché il padre è stato colpito da ictus. Trascorre con lui gli ultimi giorni prima della morte, per poi andare a trovare Savannah.

   Qui scopre che Tim ha un linfoma in fase terminale e che Savannah non ha più soldi per poter sottoporre Tim a cure sperimentali contro il tumore. Scopre anche, proprio grazie a Tim, che lei lo ama ancora e capisce che la scelta di lasciarlo non è stata semplice, ma dettata dal fatto che lei volesse aiutare Tim, che la amava da tempo, e per dare una madre al figlio autistico.

   John decide allora di vendere la preziosa collezione di monete del padre e fa una donazione anonima a Savannah, per poter dare qualche mese in più di vita a Tim.

   Torna quindi nell’esercito dicendo addio a Savannah, nonostante sia palese ad entrambi il sentimento di amore che ancora li lega profondamente. Torneranno poi ad incontrarsi quasi per caso in un bar, qualche tempo dopo, ancora innamorati l’uno dell’altra, per rinnovare il loro progetto di coppia.

Premessa     QUALE AMORE : innamoramento ed amore.

  Il concetto d’amore, si è evoluto nel corso dei millenni della storia umana, pur nelle varianti etniche  ha conservato delle linee guide che sono comuni a tutti gli esseri umani.

   Esistono varie tipologie d’amore, le sottoelencate mi sembrano quelle più importanti:

  1. L’amore tra genitori e figli (di cui quello materno è particolare).
  2. L’amore tra fratelli (amore fraterno).
  3. L’amore tra amici (amore amichevole).
  4. L’amore tra fedeli (amore affiliato-tipo religioso o di altre lobby tipo sportivo).
  5. L’amore di coppia (uomo-donna, finalizzato  nel matrimonio principalmente alla procreazione).
  6. L’amore di coppia (uomo-uomo, donna-donna, finalizzato alla convivenza omosessuale).
  7. L’amore parentale(amore tra consanguinei non conviventi es. familiari – nonni, zii, cugini, etc.).

 Altre tipologie, altre forme d’amore, sono da individuare in particolari contesti socio-culturali:

dinamicamente sono tutte improntate a momenti iniziali e sviluppi successivi:

 

a)      Innamoramento, fase attrattiva iniziale.

b)      Amore come  passione.

c)      Amore come possesso.

d)      Amore come progetto.

e)      Amore come dono.

    Alberto Alberoni, sociologo e psicologo contemporaneo, ha descritto in modo mirabili queste fasi,      almeno nelle fasi essenziali dell’innamoramento.Per Alberoni l’innamoramento è un processo della stessa natura della conversione religiosa o politica. Noi ci innamoriamo quando siamo pronti a mutare, quando i tentativi di salvare le nostre relazioni amorose precedenti sono falliti. Allora avviene in noi un rapido processo di destrutturazione-ristrutturazione chiamato stato nascente.

   La precedente relazione va in pezzi e noi ricostruiamo il nostro mondo e il nostro futuro facendo perno sulla persona amata. Nello stato nascente l’individuo diventa capace di fondersi con un altra persona e creare una nuova collettività ad altissima solidarietà. Di qui la celebre definizione: l’innamoramento è lo stato nascente di un movimento collettivo formato da due sole persone.

   L’amore è sempre rivelazione sempre rischio. Per sapere se è veramente innamorato, il soggetto si sottopone a delle prove (prove di verità) e , per sapere se è ricambiato, sottopone la propria amata alle prove di reciprocità. Questo delicato processo può portare a equivoci e anche alla catastrofe dell’amore nascente.

   Nell’innamoramento la persona amata viene trasfigurata perchè ciascuno diventa il capo carismatico dell’altro. Il processo di fusione, però , è sempre bilanciato dal desiderio di affermare se stesso. Questo conflitto da al processo amoroso un carattere drammatico e passionale. Se i due innamorati non riescono a creare un progetto o quando perché i loro progetti individuali sono troppo diversi e incompatibili, il processo amoroso può naufragare.

   La fenomenologia dell’innamoramento è la stessa nei giovani e negli adulti, nei maschi e nelle femmine, negli omosessuali e negli eterosessuali perché la struttura dello stato nascente non cambia.

   La tesi esposta, in contrasto con le vedute della psicoanalisi, non considera l’innamoramento una regressione. Anzi lo fa nascere dallo slancio verso il futuro, verso il cambiamento e lo considera fondamentale per la formazione della coppia amorosa.

 

 

Introduzione alla concezione sophianalitica dell’amore come dono

 

 

Antonio Mercurio ha definito la Sophianalisi, scienza antropologico-esistenziale, che trova il suo cardine nel concetto di Persona (come da lui  così definita ):

“La Persona è un principio spirituale unificatore, dotato di libertà e identità propria, che è fine a se stesso e a nessun altro, i cui elementi costitutivi sono la capacità di amare se stesso             (-esse in) e la capacità di amare gli altri (-esse ad).” 

Ricorrendo alla terminologia della Filosofia Scolastica, si diventa Persona, secondo questa concezione sophianalitica, sviluppando queste due componenti:

a) Esse in= capacità di consistere come persona nel rapporto con se stessi e capacità di raggiungere il pieno sviluppo dell’amore di se stessi: capacità di autonomia, di sussistenza, di libertà, di consistenza , di maturità (Capacità di amarsi).

b) Esse ad= capacità di amare gli altri; capacità di entrare in rapporti autentici col mondo e con gli altri; in particolare tra questi altri c’è il tu del partner.
(Capacità di amare ed essere amati).

   Mercurio  ha  poi sviluppato, con un’analisi articolata e approfondita, “i presupposti esistenziali di base nella coppia”, ponendo l’accento sull’unione simbiotica e sul bisogno di possesso, da cui spesso l’uomo e la donna partono nello stabilire un rapporto di coppia.

   Chiarendo, comunque,  la necessità di rivivere e superare all’interno della coppia sia l’unione simbiotica che il bisogno di possesso, per non restare nel determinismo strumentale dei propri bisogni psichici.

   La volontà di dominio (come volontà di potere), presente in ogni persona sia uomo che donna, è successivamente affrontata come dinamica all’interno della persona e della coppia. Richiamandosi ad Erich  Fromm, nella concezione sophianalitica si distingue tra il “potere di”, che è uguale alla capacità di usare il

potere e che porta alla creazione e il “potere su” che è uguale al dominio sugli altri e che porta spesso alla distruzione.

   Nella proposta sophianalitica di A. Mercurio  si precisa come la donna, in primis, deve riconoscersi                         ed assumersi di avere questo maggior potere e come da questo antagonismo si può uscire soltanto                  se la donna è capace di fare dono all’uomo del potere all’interno della coppia.

   Amore come dono, dunque, che supera il possesso e calma la volontà di dominio, in quanto dal dono ricevuto l’uomo possa essere capace di fare dono e riconoscere il potere autentico e superiore della donna, nel campo della affettività e dell’intuizione. Interessante in quest’ottica l’accenno allo sviluppo della capacità di “unificazione ed armonizzazione del principio maschile e del principio femminile” (come affermato, nella concezione sophianalitica da Antonio Mercurio e da Paola Sensini).

    L’uomo e la donna tenderanno ad unificare ed armonizzare all’interno della persona di ognuno il principio maschile e il principio femminile, processo di crescita che ognuno arricchisce nel corso della propria esistenza (e particolarmente nella coppia). Nel senso che il principio maschile ed il principio femminile sono ambedue presenti nell’uomo e nella donna e sappiamo che essi sono complementari l’uno all’altro: compito di ognuno è armonizzarli. Per concludere riferendosi ad un presupposto consueto nella vita di coppia, l’amore passione (ed il suo corrispettivo dell’amore come possesso), Mercurio pone l’accento sulla necessità di rivivere e superare il possesso per costruire un amore-azione, un amore maturo, come dono.

   Se l’amore, come dice Fromm e concorda Mercurio, è un potere attivo e non passivo, è azione e non passione, “… l’uomo deve superare la fase dell’amore come possesso per passare a quella dell’amore come dono. Ciò non significa negare il bisogno del possesso ma superarlo dialetticamente dopo averlo vissuto. Il possesso da sicurezza ma non dà gioia.

    Il possesso dell’altro, anzi della vita dell’altro, se non è superato genera l’odio e l’odio scatena la distruttività, sia nell’ambito familiare che in quello sociale. Solo l’amore come dono che supera il possesso dà insieme la sicurezza e la gioia, la realizzazione propria e quella del partner, fa uscire dall’unione simbiotica per tendere verso la libertà della persona e struttura un nuovo edipo, creando migliori rapporti tra genitori e figli, tra individuo e società…” (Da Amore e Persona, di Antonio Mercurio, op.cit.).

LINEA INTERPRETATIVA METAPSICOLOGICA  E ANTROPOLOGICA

                                                                La Cosmo-Art

 

 1.          IL Conio intrauterino (Nella vita prenatale).

Inconscio fattuale-reattivo-decisionale(progettuale). L’insieme dei fattori che hanno contribuito allo vissuto prenatale.

 2.           IL Conio intracosmico (Nella vita intracosmica).

Scelte per conoscersi e darsi un’anima. Superare i veleni della vita e crescere nella propria consapevolezza creativa. Individuarsi come Persona, secondo i valori portanti del Sé:  Libertà, Verità, Bellezza, Amore.

 

 3.         IL Conio ultracosmico (Nella vita ultracosmica).

Scelte per dare, insieme alle forze cosmiche, un’anima immortale all’umanità ed al cosmo: creare LA BELLEZZA SECONDA. Scegliere l’unione col Sé personale,  corale e insieme alle forze cosmiche – ed il Sé Cosmico-  creare una via di  immortalità. (Arte, Dolore e Saggezza)

 

   “… La Como-Art è un movimento artistico, accessibile a chiunque abbia forza e coraggio sufficiente per staccarsi dall’Io Fetale che ancora si porta dentro ed elevarsi alla dimensione cosmica artistica dell’Io Adulto la quale abbraccia l’intera vita dell’uomo: dal primo istante del concepimento alla vita ultracosmica, per fare della propria vita e del cosmo un’unica opera d’arte capace di creare bellezza immortale (LA BELLEZZA SECONDA), così come seppe fare Ulisse, secondo quanto racconta Omero nell’ Odissea ed è spiegato nel mio libro Gli Ulissidi “ . *

*Antonio Mercurio,  Presentazione,  in Teoremi ed Assiomi della Cosmo-Art, Ed. SUR-Roma,  2004, pp.7-9.

   “… La bellezza della vita, quella particolare bellezza che consiste nella capacità di avere una vita serena, a livello biologico e a livello psichico, e che oggi appartiene a un sempre minor numero di persone fortunate, rientra nella categoria della bellezza prima e si crea già durante la vita prenatale.

    Purtroppo sappiamo che questa bellezza può essere sconvolta o turbata, a livello psichico, da innumerevoli traumi che creano il male del vivere e, a livello biologico, da innumerevoli malattie che creano handicap fisici ed esistenziali.

   In questo momento, per quanto possa essere avanzata la cura amorosa del feto da parte della madre e dei padri, non ci sono sufficienti  certezze che la vita intrauterina non venga ugualmente turbata da traumi e che questi traumi non intacchino la bellezza della vita.

Il malessere esistenziale è troppo esteso nella società attuale e se sono chiare le cause, introdotte dall’uomo, che inquinano la qualità della vita, a poco a poco diventerà sempre più chiaro nel tempo come ’inquinamento della qualità della vita cominci già nella vita prenatale e non dopo

Per questo motivo parliamo della bellezza perduta, della bellezza del vivere che è stata assaggiata e perduta già durante i nove mesi di gravidanza, e dalla ricerca costante di questa bellezza che molti perseguono nella vita postnatale con mille modi diversi, a volte sani e a volte malsani.

 Ciò che, a nostro avviso, inquina maggiormente la bellezza del vivere di ogni nato che viene al mondo, e che i figli sono sempre voluti e vissuti per soddisfare i bisogni della madre. Purtroppo non c’è nessuna madre che possa, anche con tutta la buona volontà del mondo, impedirsi di imporre la sua volontà di dominio al frutto che porta in grembo. E’ una legge naturale.

Ora, se questo accadimento, nelle epoche passate, non comportava nessun particolare trauma nei figli, non è più così oggi. Questo lo apprendiamo dalla presenza massicciamente comprovata di una nuova sensibilità e di una nuova consapevolezza che caratterizza le generazioni attuali, le quali soffrono e si rifiutano di essere considerate un prolungamento dei genitori per il soddisfacimento dei loro bisogni.

Esse hanno la consapevolezza, acquisita sin dal concepimento, che ogni essere umano è un fine e non un mezzo.” *

 *A. Mercurio, Ibidem,  (Capitolo III – Principi di antropologia  prenatale), pp.74-75.

 

 

 

INTERPRETAZIONE COSMOARTISTICA

 

SULLE TEMATICHE PRINCIPALI DEI PERSONAGGI DEL FILM

 

 1.    IL Conio intrauterino (Nella vita prenatale).

Inconscio fattuale-reattivo-decisionale(progettuale). L’insieme dei fattori che hanno contribuito allo vissuto prenatale.

 

    La narrazione del film inizia con la scena di John, ferito in Afganistan (da due pallottole), ancora semicosciente ripensa a due cose: la collezione di monete del padre ed a Savannah.

   La metonìmia del vedersi come una moneta imperfetta (un ibrido) coniato nel 1980 ed ora in servizio con l’esercito  americano, ci porta a fare una prima considerazione sul  possibile vissuto intrauterino di John.

     Sappiamo che quello che ci accade nel corso della vita, sono molto spesso esperienze  che rimandano ad un analogo fatto accadutoci nello sviluppo prenatale.

  I due fori  del suo conio esistenziale (uomo-moneta dell’esercito americano-un ibrido imperfetto) non è difficile paragonarli ad i due fori del suo vissuto fetale, che possiamo così definire e precisare con certezza: 1. La madre abbandonica; 2. Il padre autistico.

    La sua rabbia interna è indirizzata su questi due buchi esistenziali, ma la madre abbandonica (in primis) è il foro più profondo.

 

La madre abbandonica (inconscio fattuale)

 

 

 

   Nella sua componente “abbandonica” la funziona materna ha uno dei  suoi principali limiti: questo è uno stato primario dell’essere, fin dal vissuto prenatale.

    Il feto percepisce quanto non sia accolto ed amorevolmente accudito (nutrito in tutti i sensi), parimenti si rende amaramente consapevole dei limiti del suo mondo affettivo primario: una madre distratta, o poco attenta ai bisogni del nascituro, può creare problematiche varie.

 

   Il film non ci dice molto del perché questa madre abbandona il figlio, subito dopo la nascita, come fosse morta o scappata via dalla vita del figlio e del coniuge … (forse incapace di accettare la convivenza con un uomo autistico?)

   Con certezza sappiamo che John viene cresciuto unicamente dal padre e che il suo vissuto prenatale è stato carente di attenzioni autentiche materne, il padre (anche se limitato) ha dovuto sopperire alla funzione della madre, a scapito di una forte funzione paterna.      

Dice la Cosmo-art, tramite il suo primo fondatore Antonio Mercurio.

    “… Nella storia dell’uomo c’è un salto evolutivo che non è voluto dall’uomo ma da una volontà cosmica che modifica il sentire e il volere dell’essere umano sin dai primi istanti di vita.

   L’ Io fetale, immerso nell’ambiente intrauterino e in comunicazione ormonale ed empatica con la madre, appare dotato di una nuova sensibilità che è intollerante e ribelle a qualunque assoggettamento e manipolazione da parte della madre…

 La ferita è dovuta al trauma di essere stati considerati una cosa e non una persona, un mezzo e non un fine.

   La ferita è dovuta al dolore  della presenza di un utero come contenitore che non soltanto non è più caldo e accogliente come lo era una volta, nelle epoche precedenti, ma che è essenzialmente incapace di riconoscere al nascituro una sua duplice progettualità, l’una quella di avere una persona che va rispettata come tale e, l’altra, quella di essere portatore di una progettualità cosmica che nulla ha a che vedere con i bisogni riproduttivi della specie umana e tanto meno  con i bisogni e con i progetti del padre e della madre…

 

   Se non ci fosse la ferita e ci fosse solo la  bellezza della vita, la vita diverrebbe statica e immobile, imbalsamata al godimento effimero della bellezza…

    Se c’è la ferita, l’uomo è costretto a rientrare nel buco nero dell’utero materno per cercare le ragioni della sua ferita; ma mentre si cala negli abissi del dolore e della rabbia, del gelo e del vuoto, egli può diventare capace di una trasformazione artistica di sé e del mondo conosciuto e acquisire i mezzi per approdare in un nuovo universo, qual è quello della creazione della bellezza seconda…”*

  John, impara ad entrare a rivisitare il vuoto ed i suoi buchi interni, e sceglie  con dolore ed arte a creare con saggezza un modello di amore che supera la scelta abbandonica.(Vedremo come!)

 (* A. Mercurio, Cap.III -Principi di antropologia prenatale, in Teoremi ed assiomi della Cosmo-Art, op.cit, pp.76-79 )

 

1.      IL Conio intracosmico (Nella vita intracosmica).

 Scelte per conoscersi e darsi un’anima. Superare i veleni della vita e crescere nella propria consapevolezza creativa. Individuarsi come Persona, secondo i valori portanti del Sé:  Libertà, Verità, Bellezza, Amore. Imparare ad attraversare il dolore, con arte e saggezza.

    John incontra Savannah ed istintivamente risponde con generosità a recuperare la borsa caduta in mare (quasi un simbolo del recupero della bellezza della vita per non disperderla a causa della rabbie interne) > a)Sentire con l’istinto; nel prosieguo dell’innamoramento l’inizio dell’amore come progetto è simbolizzato nella sua scelta di partecipare alla costruzione della casa, che Savannah aveva promosso per aiutare i bambini autistici> b)Sentire con la ragione; la promessa del ritorno e del rincontro dopo la guerra, per costruire la vita insieme >c) Sentire col cuore.

 L’unificazione delle tre modalità di riposte interne (istinto –ragione –cuore) racchiude la possibilità d’unificare gli opposti per un vero progetto d’amore.

  Ma la strada che entrambi (John e Savannah) dovranno percorrere è dolorosa, in quanto la vita li pone a compiere delle scelte in cui il concetto d’amore viene messo continuamente in discussione.

    “ … Due settimane sono state sufficienti per innamorarsi, ora staremo lontani per un anno … Voglio sapere tutto e noi staremo insieme, fammi sapere che fai con ogni mezzo (lettere, appunti, telefono, e-mail, etc … ) ”, così dice Savannah a John.

   Ma la vita è imprevedibile e l’ 11 Settembre 2001 trova John in servizio con l’esercito, l’attacco alle Torri Gemelli di New York lo pone a compiere una nuova scelta: “… Cosa devo fare ? ”, chiede John a Savannah…

    E John sceglie con responsabilità di restare ancora per qualche tempo con l’esercito; confermando la ferma militare viene spedito in Afganistan ed affronta più volte il dolore della guerra interna ed esterna…

 

 

 Il dolore è una forza cosmica, dice la Cosmo-art.

 

 

 

 Bisogna  imparare ad attraversarlo con l’ausilio delle altre forze cosmiche (l’ Arte e la Saggezza) per imparare a costruire, o meglio a creare, una nuova bellezza, al di là della morte.

 Nell’angosciosa missione afghana John conosce la sofferenza ed il dolore, anche quello della lontananza di Savannah; quando viene ferito si rende conto che i due buchi delle ferite, che i proiettili gli hanno procurato,  sono comparabili ai buchi interni del suo vissuto primario.

 

   E’ l’immagine, con cui il regista inizia la narrazione, quasi a simbolizzare che è in quell’esperienza dolorosa  -nella vita intracosmica-  che  il “caro John”, ancora una volta sceglie con consapevolezza, rientrando nell’utero abbandonico e ricombattendo una guerra, per  imparare a perdonare la madre -il padre- se stesso e poi anche Savannah.

   Come una pugnalata al cuore, sulle ferite ancora sanguinanti, riceve la notizia che Savannah ha scelto di sposare un altro e che non lo aspetterà più: ancora una volta  si ripete l’abbandono dell’oggetto d’amore e a John non resta altro che  scegliere di  confermare la ferma per restare in servizio con l’esercito (un utero di fatica e sofferenza, l’unico che lo riconosce, per tentare di sopravvivere e ricercare un nuovo progetto, anche se sempre minacciato di morte).

    “… Sono una moneta dell’esercito americano, coniato nel 1980 ….Sono stato un tondello di metallo poi stampato e pulito, poi bordato e levigato, ma ora sono una moneta con due fori. ..” , ripete a se stesso prima di perdere conoscenza e ripensa alla collezione di monete del padre ed a Savannah.

 

 

 

 

 

 

 

TUTTO SU MIA MADRE (TODO SOBRE MI MADRE ) di Pedro Almodòvar

INTERPRETI E PERSONAGGI: Cecilia Roth (Manuela), Penélope Cruz (Rosa), Marisa Paredes (Huma), Antonia San Juan (Agrado), Candela Peña (Nina), Rosa María Sardá (Madre di Rosa), Eloy Azorín (Esteban), Toni Cantó (Lola), Carlos Lozano (Mario), Fernando Fernán-Gómez (Padre di Rosa), Fernando Guillén (Attore).

GLI ARCHETIPI PRINCIPALI NELLA FILMOGRAFIA DI PEDRO ALMODOVAR
*****
>Il fanciullo (divino) abbandonato e solo con la madre ( archetipo del fanciullo)
>La fanciulla (kore) rapita e/o violentata, sola con la madre (archetipo della kore)

A. Tematica principale: il ruolo della madre(grande madre) nelle sue varie sfaccettature.
1. ( Madre oblativa-donativa).
2. ( Madre strumentale-distruttiva).
B. Tematica principale: il ruolo paterno nella sua assenza e trasformazione.
1. ( Padre assente ed abbandonico).
2. ( Padre strumentale- distruttivo ).
C. Tematica principale: dal sado-masochismo all’autoironia per esorcizzare il dolore.
1. L’autoconsapevolezza come strada per attraversare il dolore.
2. La coralità (tutta al femminile) per lenire il dolore e creare bellezza.

I principali archetipi mitici a cui si può far riferimento nei film di Almodovar.
>Archetipo del FANCIULLO(divino) >Archetipo della Fanciulla (KORE)
Per introdurvi al concetto di archetipo vi riporto a qualche precisazione meta psicologica, affinché possiate incominciare a familiarizzare con tale impostazione
“ Def. di Inconscio collettivo
Oltre alla nostra coscienza immediata, che è di natura del tutto personale e che riteniamo essere l’unica psiche empirica (anche se vi aggiungiamo come appendice l’inconscio personale), esiste un secondo sistema psichico di natura collettiva, universale e impersonale, che è identico in tutti gli individui. Quest’inconscio collettivo non si sviluppa individualmente ma è ereditato. Esso consiste in forme preesistenti, gli archetipi, che possono diventare coscienti solo in un secondo momento e danno una forma determinata a certi contenuti psichici.

Def. di Archetipo
Dall’etimologia greca archè (inizio, origine, principio) e typos (sigillo, impressione, conio) il concetto rimanda a qualcosa che è stato impresso nell’anima da un fattore che lascia l’impronta.
Se definire il concetto d’inconscio collettivo è per Jung relativamente facile non altrettanto si può dire riguardo al concetto di archetipo.
Archetipo è un termine già usato presso gli antichi (Filone di Alessandria, Ireneo, Dionigi l’Areopagita) che Jung riprende e trasforma gradualmente.
In un primo tempo l’archetipo è visto come contenuto dell’inconscio collettivo, frutto della sedimentazione delle esperienze ripetute dall’umanità nel corso dei millenni, immagini primigenie simili alle idee eterne platoniche. Esse sono da Jung fatte risalire ad un periodo in cui la coscienza ancora non pensava ma percepiva: forme eterne e trascendenti.
In un secondo momento Jung sottolinea maggiormente gli aspetti formali e strutturali dell’archetipo a scapito di quelli contenutistici. L’archetipo non è più visto come un contenuto dell’inconscio collettivo bensì una forma senza contenuto. Non un comportamento ma un modello di comportamento. Non si tratta dunque tanto di “rappresentazioni” ereditate quanto di possibilità ereditate di rappresentazioni. Fra l’altro non dobbiamo dimenticare che essendo l’archetipo una manifestazione dell’inconscio (collettivo), la coscienza ne può avere soltanto una conoscenza indiretta. Anzi, l’atto conoscitivo stesso modifica l’archetipo.

Scrive Jung a proposito:
L’archetipo rappresenta in sostanza un contenuto inconscio che viene modificato attraverso la presa di coscienza e per il fatto di essere recepito, e ciò a seconda della consapevolezza individuale nella quale si manifesta.
Scrive Jung:
“…Nessun archetipo è riducibile a semplici formule. L’archetipo è come un vaso che non si può svuotare né riempire mai completamente. In sé, esiste solo in potenza, e quando prende forma in una determinata materia, non è più lo stesso di prima. Esso persiste attraverso i millenni ed esige tuttavia sempre nuove interpretazioni.”
( Da IL CODICE SIMMETRICO E LA COSMO-ART, di Enrico G. Belli, Cinpsy Edition, 2011, p. 31. )

Se questa precisazione vi ha consentito comprendere che un archetipo, in definitiva, è una pura dinamica dell’umano che è persistente nell’evoluzione e cambia in immagini e rappresentazioni nei millenni, ma è sempre viva come potenzialità operativa, ora cercherò d’introdurvi all’archetipo del fanciullo e della fanciulla, così come vengono rappresentati nei film di Almodovar.

1. IL TEMA DEL FANCIULLO (nella variante del giovane), che viene ferito o muore, è l’archetipo primario fin dai suoi esordi presentato in varie situazioni: a volte è un giovane esposto a pericoli, spesso figlio problematico, a volte omosessuale (Che ho fatto per meritare questo -1984); a volte ha tentato di sfuggire alla sua condizione diventando un trans o viene ucciso vittima di gelosie (La legge del desiderio-1986); molto spesso problematico drogato o malato di mente (L’indiscreto fascino del peccato-1983; Légami-1990); altre volte è un giovane problematico in preda a dinamiche distruttive (Carne tremula-1997); spesso è vittima precoce di desideri sessuali promiscui (La cattiva educazione- 2004); ma molte volte è presentato come vittima di incidenti ( Matador-1985; Il fiore del mio desiderio-1995; Tutto su mia madre-1999; – Gli abbracci spezzati -2009 ).

2. IL TEMA DELLA FANCIULLA (KORE), nella variante di giovane ragazza, è anch’esso un archetipo di base della filmografia di Almodovar: fin dagli esordi è la ragazza vittima di violenza sessuale, quando non diventa tossicomane e masochista ( Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze-1980; L’indiscreto fascino del peccato-1983; Legami-1990; Kika,Un corpo in prestito -1993; La pelle che abito -2011); spesso masochista frustata, diventa sadica assassina ( Che ho fatto io per meritare questo-1984; Tacchi a spillo-1991); di solito la giovane fanciulla da vittima incestuosa diventa a sua volta assassina (Volver…Tornare-2006 ); spesso è anch’essa vittima di incidenti ( Kika, In corpo in prestito-1993; Parla con lei-2004); a volte si nasconde nel corpo di un maschio e diventa trans ( La legge del desiderio-1996, Tutto su mia madre, 1999).

A. Tematica principale: il ruolo della madre nelle sue varie sfaccettature.
( Madre oblativa-donativa). ( Madre strumentale-distruttiva).
B. Tematica principale: il ruolo paterno nella sua assenza e trasformazione.
C. ( Padre assente ed abbandonico).( Padre strumentale- distruttivo ).
Tematica principale: dal sado-masochismo all’autoironia per esorcizzare il dolore.
3. L’autoconsapevolezza come strada per attraversare il dolore.
4. La coralità (tutta al femminile) per lenire il dolore e creare bellezza.

Il culto della Grande Madre risale al Neolitico e forse addirittura al Paleolitico, se si leggono in questo senso le numerose figure femminili steatopigie (cosiddette “Veneri”) ritrovate in tutta Europa, di cui naturalmente non conosciamo il nome.
Lungo le generazioni, con gli spostamenti di popoli e la crescita di complessità delle culture, le “competenze” della Grande Madre si moltiplicarono in diverse divinità femminili. Per cui la Grande Dea, pur continuando ad esistere e ad avere culti propri, assumerà personificazioni distinte, per esempio, per sovrintendere all’amore sensuale (Ishtar-Astarte-Afrodite pandemia-Venere), alla fertilità delle donne (Ecate triforme, come 3 sono le fasi della vita), alla fertilità dei campi (Demetra / Cerere e Persefone / Proserpina), alla caccia (Kubaba, Cibele, quindi Artemide-Diana).
Inoltre, siccome il ciclo naturale delle messi implica la morte del seme, perché esso possa risorgere nella nuova stagione, la grande dea è connessa anche a culti legati al ciclo morte-rinascita e alla Luna, che da sempre lo rappresenta (i più arcaici di questi riti sono riservati alle donne, come quello di Mater Matuta o della Bona Dea).
Ad esempio, nelle feste e nei misteri in onore del gruppo Demetra / Cerere-Persefone / Proserpina, il suo culto segna il volgere delle stagioni, ma anche la domanda dell’uomo di rinascere come il seme rinasce dalla terra.
L’evoluzione teologica della figura della Grande Madre (giacché nulla va perduto, nel labirinto della mitologia) venne costantemente rappresentata da segnali di connessione tra le nuove divinità e quella arcaica.
Finché le religioni dominanti ebbero carattere politeistico, un segno certo di connessione consisteva nella parentela mitologica attestata da mitografi e poeti antichi (ad esempio, Ecate è figlia di Gea; Demetra è figlia di Rea).

Altro carattere che permette di riconoscere le tracce della Grande Dea nelle sue più tarde eredi, è poi la ripetizione di specifici attributi iconologici e simbolici che ne richiamano l’orizzonte originario.

I compagni della Grande Madre [modifica]
L’universo cultuale della Grande Madre prevedeva anche, benché non sempre, figure maschili, inizialmente descritte come figure plurime o collettive (come i Dattili di Samotracia).
L’evoluzione di tali figure e la loro progressiva personificazione individuale sembrano confermare per sottrazione l’idea di un’origine matriarcale della civilizzazione, sia per la forte accentuazione di “figlio della dea” – e la dea rimanda alla Grande Madre, anche se ha un altro nome – che viene attribuita a talune divinità maschili particolarmente legate alla terra (Dioniso, per tutte); sia perché la modifica e l’individuazione in senso patriarcale del pantheon sono attestate in epoca relativamente tarda, quando gli uomini avevano preso coscienza della propria potestà generatrice; sia, infine, per il rapporto misterioso che corre tra la Grande Dea e il suo compagno, caratterizzato dall’essere minore di lei, per età e per poteri, e che spesso si presenta, almeno inizialmente, come una figura di giovane amante, assai simile ad un figlio (si veda in proposito la coppia Cibele-Attis).
Psicologia e simbolismo [modifica]

Lugansk, Ucraina (datazione ignota)
• Nella psicologia di Jung la Grande Madre è una delle potenze luminose dell’inconscio, un archetipo di grande ed ambivalente potenza, distruttrice e salvatrice, nutrice e divoratrice.
• In Erich Neumann, che più di tutti gli allievi di Jung dedicò i propri studi ai vari aspetti del femminile, l’archetipo della Grande Madre (tendenzialmente conservativo e nemico della differenziazione) è il principale ostacolo allo sviluppo del Sé individuale, che per conquistare la propria parte femminile deve sviluppare le proprie capacità di separazione ed autoaffermazione.
• Più in generale, la figura (o l’archetipo) della Grande Madre riappare non di rado nelle opere creative: dalla figura di Medea, che ha attraversato i secoli da Euripide a Pasolini, alla Regina della Notte del Flauto Magico di Mozart, a certe battute e immagini del cinema di Woody Allen.

In tutte le civiltà il ruolo della donna-madre rappresenta la principale dinamica archetipica su cui s’intrecciano destini e speranze, come emblema della vita che si rigenera continuamente.
Nella mitologia greca la prima donna madre significativa è quella di Rea, moglie di Crono-Saturno. Nel mito protegge il figlio Iuppiter (Giove) dal padre divorante(Crono).
Cfr.Grande Madre – Matrona – Protettrice (Giove – Hesediel)
Archetipo tradizionale tellurico della donna dispensatrice di vita e d’abbondanza, gestisce ed avvolge il nucleo familiare.
Caratteristiche: abbondanza, prosperità, nutrimento, fecondità, protezione Aspetti negativi: possessività, sarcasmo…
Altra figura significativa quella di Demetra, figlia di Giove, colei che distribuisce i doni della madre Terra; dai romani chiamata Cerere, per via della distribuzione dei cereali agli umani. Nel mito Demetra assume il ruolo della madre addolorata e sofferente, dopo il rapimento della figlia Persefone, da parte di Ade (il dio degli inferi).
Persefone (Kore-la fanciulla), figlia di Demetra, emblema mitico delle giovani donne esposte a pericoli di stupri e rapimenti, è anche insieme alla madre simbolo usato nei Misteri Eleusini ( Rinnovare la vita oltre la morte).
Altro archetipo, il fanciullo “divino” è raffigurato per lo più abbandonato (spesso dal padre); con cui la madre condivide l’abbandono e la solitudine.
Cfr. Oltre al Fanciullo, Kore-la fanciulla, archetipo mitico: esposta a pericoli vari, fino alla morte. Per approfondimenti leggere il Capitolo Secondo Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, pp. 42-54, in IL CODICE SIMMETRICO E LA COSMO-ART .

SCHEDE INTEPRETATIVE DEI FILM

N.B. Per coloro che volessero richiedere le schede integrali dei film inviare un e-mail a
enricogbelli@tin.it
indicando un indirizzo e-mail valido ….
O TELEFONARE AL 337983439

CINPSY INSTITUTE – Corso di Cinematografia Cosmoartistica (2011)

 

      CINPSY EDITION – Edizioni del “Calabria Institute of Psychotherapy

 

IPA.AEB. – “Istituto di Psicoterapia Analitica

e di Antropologia Esistenziale

Presentano per l’anno 2011  “Corso di Cinematografia Cosmoartistica” 

in  LABORATORIO DI  COSMO-ART

a Catanzaro- 29 gennaio 2011

  LA PRIMA COSA BELLA   (2010)                                                                               

 

                                                          REGIA: Paolo Virzì                                                 

 

SCENEGGIATURA: Francesco BruniFrancesco PiccoloPaolo Virzì

 

ATTORI: Valerio MastandreaMicaela RamazzottiStefania SandrelliClaudia Pandolfi,Dario BallantiniMarco MesseriAurora FrascaGiacomo BibbianiGiulia Burgalassi,Francesco RapalinoIsabella CecchiFabrizia SacchiSergio AlbelliPaolo Ruffini,Emanuele BarresiFabrizio BrandiMichele CrestacciBobo RondelliPaolo GiommarelliGiorgio Algranti

 

 

Una chiave di lettura cosmoartistica all’ultimo film di Paolo  Verzì (2010), un piccolo capolavoro della cinematografia italiana contemporanea.

 

(“La prima cosa bella”la riferiamo alla bellezza prima  della natura e alla  bellezza della vita, destinate  a deturparsi e -quando non repentinamente scompaiono con qualche evento drammatico- a morire lentamente per caducità dell’esistere).

Il dolore, come forza cosmica, è qui rappresentato nel divenire di una famiglia ed in particolare nel rapporto di coppia ed in quello madre-figli (uno in primo piano quella tra figlio e madre): dramma esistenziale trattato con leggerezza, ironia e profondità dal regista e dagli interpreti .

 

  1. CHIAVE DI LETTURA (filosofico-esistenziale)

 

IL DESTINO come “destinazione dinamica” -traguardo da raggiungere-  non  come ineluttabile stop al cammino dell’esistere.

 

“Qual è il nostro DESTINO, agiamo per andare verso, “rincorriamo una destinazione del nostro esistere”, la morte o l’immortalità?

Ma quale  morte o quale immortalità?

La Cosmo art ci indica una speranza di indirizzare l’agire “qui ed ora” alla creazione di un nuovo tipo di bellezza (LA BELLEZZA SECONDA), di una qualità artistica e spirituale che sappia mantenere intatta la sua forza (miscela di molte sintesi – con dolore e saggezza ingredienti basilari-) e capace di superare le barriere dello spazio-tempo per divenire immortale.

 Quanto questo interrogarsi sul DESTINO (come destinazione da conseguire) sia un bisogno dell’umanità fin dai primordi, lo sappiamo attraverso lo studio delle filosofie, delle religioni, delle poetiche artistiche e  mitiche e dell’incessante progredire delle scienze.

  La funzione escatologica del DESTINO, del nostro destinarci in senso dinamico, a livello ontogenetico (dove va la nostra vita?) proviene da ciò che siamo stati e dal come agiamo nel perpetuare ad agire alcune dinamiche esistenziali, sia in senso di evoluzione positiva, che (il più delle volte) a ripetere coattivamente dei copioni identici (coazioni a ripetere).

 Ecco perché per riflettere sul nostro destino, fin dai tempi dei presocratici e poi con Socrate, interrogare il DAIMON (demone-forza interna-Il Sé) equivale a riflettere sul nostro destino, un rimando, oltre alle riflessioni cosmo artistiche da approfondire nelle opere di Antonio Mercurio, possiamo trovarlo illustrato  in un famoso testo di J.Illman “Il Codice dell’anima”.

  Il “Conosci te stesso”, monito socratico, ci rimanda a considerare noi umani come “enti del possibile” (Antonio è solito ripetere di rendere possibile anche quello che sembra impossibile) via regia  in primis del nostro orientarci alla destinazione, comprendere ed assumerci le dinamiche che connotano il nostro destino.

 Tutto questo per non trovarci ineluttabilmente di fronte alla “Dike” (giustizia interna ed esterna-individuale e corale) con copioni precostituiti e ripetitivi (analisi e condanne verso noi stessi e gli altri), ma cogliendo la parte più importante dell’archetipo della Dike, che dice: “Noi siamo il possibile e possiamo decidere di agire verso una meta…”- libertà del destinarci- costruire il nostro destino, con tutto l’amore, la libertà , la verità e la bellezza possibili.

  In tempi più moderni, nella filosofia contemporanea, dopo le riflessioni di Nietzsche, con Heidegger “essere noi umani l’apertura” è una connotazione incisiva  per affrontare il presente esistenziale  nel “qui ed ora” e compiere il destino.

 Si pone dunque anche un superamento delle false idee sul  mito, come infinita fissità dinamica(che ci incatena ad un ripetersi verso la morte), e costruire altri miti vitali, capaci di creare bellezza nuova e tracciare vie  che possano condurci verso una possibile immortalità dell’essere.

 

 

2.   SECONDA CHIAVE DI LETTURA  ( Cosmoartistica-seguendo la narrazione del film “La prima cosa bella” di Paolo Virzì ).

 

Il film inizia con la scena dell’elezione di “miss mamma d’estate”, nel più popolare stabilimento balneare di Livorno: Anna, a sorpresa  viene scelta con il consenso generale, tutti l’ammirano e questo scatena maggiormente la già presente gelosia del marito Mario, alla presenza dei due figli piccolissimi Bruno e Valeria.

Bruno Michelucci (il figlio quarantenne) è infelice. In una scena del film chiederà alla madre , senza ottenere attenzione e nessuna risposta, – Perché sono tanto infelice?

Insegnante di lettere a Milano, introverso e masochista, si addormenta nel parco, fa uso di droghe e prova senza riuscirci a lasciare una fidanzata troppo entusiasta.

Lontano da Livorno, città natale, sopravvive ai ricordi di un’infanzia romanzesca e alla bellezza ingombrante di una madre estroversa, malata terminale, ricoverata alle cure palliative.

Valeria, sorella spigliata di Bruno, è decisa a riconciliare il fratello col passato e col genitore. Precipitatasi a Milano, alla vigilia della dipartita della madre, convince Bruno a seguirla a Livorno e in un lungo viaggio a ritroso nel tempo.

 

Prima riflessione.

Bruno e infelice e lamentoso (masochista), nel viaggio a ritroso si rivede da ragazzo sempre triste ed introverso.

Al quadretto familiare dobbiamo aggiungere la figura paterna” Mario” (anch’essa sado-masochista, possessiva e scostante), maresciallo dei carabinieri,  geloso della bella ed estroversa moglie, in lite perenne per le pretese narcisistiche della stessa…

 Secondo la metodologia cosmoartistica, di fronte all’infelicità di Bruno, dobbiamo ritornare a ritroso e supporre che quella madre che non ha saputo dare ascolto ed attenzione al suo dolore di figlio quarantenne  è la stessa che , con atteggiamenti analoghi, l’ha portato nel grembo.

 Sappiamo quanto le rotture interne di un distacco simbiotico positivo(nel vissuto intrauterino) siano deleterie per lo sviluppo del feto, prodromi per lo sviluppo di un Io fetale lamentoso ed infelice, che pretende quantomeno di esser riconosciuto (pur attuando meccanismi che perpetuano al rifiuto-coattivo), che svilupperà invidia(primo odio interno), volontà suicida ed omicida, masochismo.

 Questa infelicità (dolore vivo di un inconscio non rimosso), raccordano una simbiosi positiva più volte violata o quanto meno di ripetuti inganni e disinganni.

 Se vogliamo raccordarlo al vissuto di Ulisse, nella rivisitazione del mito omerico, noi sappiamo da altre fonti che la  madre l’aveva concepito con l’inganno, in quanto il nonno Autolico aveva offerto la giovane Anticlea (madre di Ulisse) all’amico-compagno Sisifo, per compensarlo del furto-inganno delle giovenche. Sembra, in questa versione del mito, che il giovane innamorato Laerte non sia  però stato ingannato, ma che  avesse accettato ed accolto come suo il figlio in grembo dell’amata.

 Bruno a livello personale non porta tale trauma reale, in quanto più volte nel film ricorda i vissuti di riconoscimenti di una parte paterna, per quanto violenta e castrante, chiara nelle sue velleità di genitore che vorrebbe sottrarlo alla madre, considerata inidonea a crescere i figli!

 Il figlio, più della sorella, è avvelenato, anche se ammaliato dalla madre seduttiva che lo imprigiona a non sviluppare un rapporto di coppia continuativo, incapace di godersi la vita, pur conservando tracce positive di un’identificazione primaria con la madre (la poesia come espressione narcisistica!)

 Ma questa madre, nel film Anna (interpretato dalla Ramazzotti da giovane e dalla Sandrelli da adulta), pur nei limiti delle sue dinamiche, ha conservato anche negli anni della sua sofferenza oncologica quei tratti di spensieratezza giovanile (canto e ballo).

Un tratto della sua “reverie”, del saper narrare nei momenti di dolore con una gioiosità ammaliante, quasi a compensare la trasformazione dei pensieri beta (negativi delle minacce e dell’abbandono paterno) con quelli alfa, secondo la lettura di Bion, che ha permesso a lei ed ai figli di non disgregarsi del tutto.

 

Osservazione  personale.

Anche nella mia storia personale ho vissuto dei momenti di forte contrasto tra mio padre e mia madre, soprattutto per quelle manifestazioni di gelosia di mio padre, abbastanza presenti.

 Li vedevo, per parafrasare un certo loro comportamento come Richard Barton ed Elisabeth Taylor, pur non inscenando situazioni  teatrali simili a quelle del film (la Presila calabrese, negli anni ’50-’60, non era Livorno): ma nei momenti più dolorosi anche mia madre sapeva  sdrammatizzare e infondere speranza…

Le scene più dolorose comunque le vivevo quando mio padre ritornava brillo e cercava la lite con un pretesto; altre volte -quando le rogne non si sviluppavano- era lui che ci incoraggiava a seguirlo nel canto corale (canzoni in dialetto bergamasco, apprese suppongo dal nonno-suo padre nel lavoro dei minatori).

Anch’io laureato(in primis) in Lettere e Filosofia (come il personaggio del film) penso d’aver avuto un vissuto intrauterino ammaliante e seduttivo, molto arrabbiato con mio padre a cui attribuivo maggiori responsabilità nel favorire e mantenere la conflittualità di coppia, anche se con gli anni ho compreso alcuni tratti caratteriali di mia madre che la favorivano.

Per quanto riguarda il mio sviluppo intrauterino vengo concepito in un utero che aveva già procreato, ma che aveva subito la perdita della primogenita  alcuni mesi dopo la nascita, nel 1946 la mortalità infantile era ancora alta nel Sud-Italia!

L’alleanza con la madre ammaliante seduttiva ha costituito una costante della mia adolescenza-giovinezza, con esiti simili al personaggio di Bruno Michelucci (nel film interpretato da Valerio Mastandrea): fidanzamenti brevi e fastidio quando le cose diventavano più pressanti e serie, con desiderio di mollare ed allontanarmi (come ubbidienza inconscia alla madre possessiva e ammaliante).

In questi  ultimi tempi sto percependo sempre più la mia pulsione omicida verso mia madre (o meglio la volontà di dare la morte a quell’alleanza possessiva e strumentale), tale meccanismo l’ho esteso anche alle mie sorelle, che vedo come parti fameliche e divoranti: in tutti questi anni mi sono fatto usare, senza ricevere veri riconoscimenti affettivi (con la mia complicità e sviluppo di atteggiamenti masochistici…).

 

Sul piano della percezione sto mantenendo le distanze e mi sento tradito nella fiducia per fatti realmente subiti, anche se penso siano mantenuti attivi ed ingigantiti dall’alleanza inconscia con il mio Io fetale; sento di aver ritirato parte del trasporto affettivo investito (l’amore lo sento congelato ed inacidito-suppongo sia quello strumentale-non mi fido più di tanto!).

 Da questo meccanismo finora ho salvato mio fratello, che voglio preservare e non confonderlo con le parti femminili: salvando la mia parte maschile posso pian piano ricontattare la parte  femminile, quella accogliente e non strumentale… Sto imparando a perdonarmi e a lei (mia madre) ho precisato esplicitamente che posso perdonare se vedo riparazioni reali e non falsamente maniacali (far finta di riconoscere le sue responsabilità, mantenendo in effetti  gli stessi atteggiamenti di fondo).

Il dinamismo è in fase di assunzione e riconoscimento, si spera in processi riparativi e di riconciliazioni reali su base più adulta e di  rispetto, per ristabilire la fiducia…

(…)

La visitazione nella clinica (centro di ricovero ed assistenza per malati terminali) dove è in cura Anna porta Bruno a rivivere rievocando i fatti della vita della sua famiglia, con al centro la figura di questa madre bellissima ed esuberante, seduttiva e masochista (anche lei), moglie di un padre (maresciallo dei carabinieri) possessivo-geloso-scostante, molto sadico, con cui è in lite permanente fino alla separazione di fatto.

Mario conviverà con la sorella di Anna(la zia Leda), che si era sentita tradita da lei in quanto (con la sua bellezza seduttiva) le aveva sottratto il partner sposandosi con lui.

Nonostante ciò, Anna  -con i suoi atteggiamenti seduttivi e a volte puerili- si accompagnerà ad altre figure maschili senza mai concedersi, riprendendo  di tanto in tanto rapporti saltuari ed incontri erotici col partner …

(Significativa la scena di sesso a cui assiste il ragazzo –Bruno, che riconosce nell’amante il padre che poi insegue e saluta!)

Anna, nella  pretesa di sembrare  la mamma più premurosa e bella, si espone a figure meschine e tragicomiche, è insieme amata e invisa (odiata) dal figlio, che ripudia il candore scandaloso della madre trovando rifugio senza  pace nella fuga.

 

 

 

RIFLESSIONE COSMOARTISTICA

 

 Il fallimento della rimozione, col ritorno a Livorno e l’incontro con  la madre malata terminale, pone Bruno (e la sorella Valeria) ad interrogarsi, con ironia e malinconia, a capire i meccanismi di identificazione con questa donna, che mantiene (e questo è un lato positivo) la vitalità  e la voglia di vivere, anche se molto centrata su se stessa nonostante le preoccupazioni velate verso i familiari  e i figli in particolare.

La scena del ballo con l’orchestrina al parco, con  cui Anna trascina il figlio è emblematica, in quanto mentre Bruno confessa la sua infelicità, la madre sembra non sentire, non  capire…

Questo fa precipitare il figlio a comprendere quanto deve imparare a perdonare la madre per il sottostante egoismo, nonostante l’avvolgente e sincero coinvolgimento affettivo, a cui era stato sottoposto nel corso della vita e che ne avevano limitato il coinvolgimento autentico con gli altri  (sviluppando atteggiamento scorbutico e  freddo come difesa).

 

Nella narrazione della storia, di fronte a tali psicodinamiche tutti i personaggi vanno verso il loro DESTINO, ancora prima della ripartita di Anna.

Il cancro, che sta portando alla fine la protagonista, madre e moglie ambivalente per quanto autentica e sincera ci mostra alcuni tratti di superamento del suo narcisismo-egoistico: si era prestata a portare a termine una gravidanza per donare un figlio ad una coppia sterile, rivelazione che avverrà quasi a conclusione della narrazione!

 (…)

Ancora prima del finale, dove ogni personaggio si dirige verso il proprio DESTINO, la narrazione ci offre alcuni fatti emblematici che illustrano le psicodinamiche di base nella coralità della famiglia allargata.

Il padre e la zia, prima lui e poi lei , muoiono prematuramente. Lo svelamento ed il riconoscimento, da parte dei fratelli, del terzo figlio di Anna (Cristiano) avviene in occasione di un evento dinamicamente vitale che precede la morte di Anna.

Loredano Nesi (detto Doriano), affettuoso e altruistico personaggio, (il portiere dello stabile, vero amore segreto per la  protagonista) sposa in fin di vita Anna, all’evento partecipa tutta la coralità della famiglia allargata.

Valeria trova  il coraggio di svelare il suo amore verso il suo datore di lavoro(Roberto Vallesi), lasciando di stucco il marito (Giancarlo) e figli, rivelando la sua identificazione positiva con l’autenticità espressiva della madre.

Bruno, povero e ignoto (autodefinizione del personaggio), riprende il progetto di coppia con la fidanzata Sandra e finalmente si decide di fare quel bagno liberatorio a mare, quasi simboli di una nuova discesa in un liquido amniotico finalmente più salutare e vitale: la riappacificazione con la propria storia familiare coincide  anche con la rappacificazione tra lui e la città di Livorno ed il rinnovato progetto di coppia.

 

(…)

 

 

 

Il cancro, riflessione psicodinamica e psico-oncologica, in un’ottica cosmoartistica e psicosomatodinamica.

 

(Dedicata alla memoria del maestro Federico Navarro, psichiatra-fondatore della S.E.Or.”Scuola Europea di Orgonoterapia”- formatosi con Ola Rakness-allievo di  W.Reich).

 

 

Secondo la Cosmo Art, attraverso le riflessioni di Antonio Mercurio, sappiamo come tutti noi siamo divorati dai veleni interni (odio interno) con i suoi connotati di invidia, yubris (tracotanza e sfida onnipotente alla vita), volontà omicida e volontà suicida, sado-masochismo (la perversione più diffusa nell’umano!).

  W. Reich, geniale ed eretico scienziato, medico-psicoterapeuta (inventore della orgonoterapia), aveva offerto fin dalla prima metà del ‘Novecento brillanti ipotesi sulla possibile insorgenza del cancro.

La biopatia del cancro costituisce la seconda parte de La scoperta dell’orgone.

 La prima parte è “La funzione dell’orgasmo”.

 In questa indagine scientifica Reich giunge alla conclusione che il “cancro è l’espressione somatica più significativa dell’effetto biofisiologico della stasi sessuale”. Se è così, esiste una possibilità molto più grande per la prevenzione del cancro che non per il suo trattamento.

 (Cfr. La biopatia del Cancro, W. Reich. Ed. Sugarco, Milano, 1986).

 

Noi sappiamo, dalle ricerche in corso, che esistono diversi tipi di cellule tumorali.

 

Negli ultimi decenni, pochi virus (ma non batteri) hanno dimostrato di provocare alcune forme di cancro. Retrovirus infezione da HIV (il virus dell’AIDS) possono portare al cancro attraverso la distruzione del sistema immunitario. Alla fine del 1970, quando l’HIV è stato introdotto nella popolazione gay degli Stati Uniti l’epidemia improvvisa di un raro tumore precedentemente chiamato il sarcoma di Kaposi. I medici sospettano che gli omosessuali sono stati diffusori di un virus che causa il cancro. In seguito, si è constatato che l’HIV non causa direttamente KS, e la causa esatta di questo cancro non è ancora noto…

 

Gli scienziati all’avanguardia della ricerca sul cancro ora tendono a considerare il cancro una malattia genetica. Secondo Richard D. Klausner, il nuovo direttore del National Cancer Institute, analizza tutte le cellule del corpo costantemente per scoprire gli errori di scansione genetica e  i danni causati da fattori ambientali, come il fumo. 

Queste cellule sono presumibilmente programmate per uccidere se stesse quando trovano qualcosa di sbagliato. Klausner ritiene che la chemioterapia ha funzionato, non perché abbiamo dato un agente velenoso che ha ucciso cellule cancerose, ma perché ha innescato le cellule tumorali a suicidarsi.”

 

(Da, “Il cancro Conspiracy” di Alan Cantwell jr., Farrar, Straus and Giroux, New York, 1994).

 

 

 

Cos’è il cancro? Che cosa provoca il cancro?

Il cancro è una classe di malattie caratterizzate da out-of-la crescita delle cellule di controllo. Ci sono oltre 100 diversi tipi di cancro, e ciascuno è classificato in base al tipo di cellula che è inizialmente influenzata.

Il cancro danneggia il corpo quando le cellule danneggiate cominciano a  dividersi in maniera incontrollata per formare grumi o masse di tumori del tessuto chiamato (tranne nel caso di leucemia in cui il cancro vieta la funzione normale del sangue)  divisione delle cellule anormali nel sangue. I tumori possono crescere e interferire con i sistemi digestivi, nervosi, circolatori, e possono rilasciare ormoni che alterano la funzione del corpo. I tumori che stanno in un posto e dimostrano una crescita limitata sono generalmente considerati benigni.

Più pericolosi, o maligni, i tumori si formano quando si verificano due cose:

  1. una cellula tumorale riesce a muovere tutto il corpo utilizzando i sistemi di sangue o di linfa, distruggendo il tessuto sano in un processo chiamato invasione;
  2. che la cella riesce a dividersi e crescere, facendo nuovi vasi sanguigni per nutrirsi in un processo chiamato angiogenesi.

Quando un tumore si diffonde con successo in altre parti del corpo e cresce, invadendo e distruggendo altri tessuti sani, si dice che abbia metastatizzato. Questo stesso processo è chiamato metastasi, e il risultato è una grave condizione che è molto difficile da trattare.

 

Nel 2007, il cancro ha costato la vita a circa 7,6 milioni di persone nel mondo. I medici e ricercatori specializzati nello studio, diagnosi, trattamento e prevenzione del cancro sono chiamati oncologi.

 

Che cosa provoca il cancro?

Il cancro è in definitiva il risultato di cellule che crescono in maniera incontrollata e non muoiono . Le cellule normali del corpo seguono un percorso ordinato di crescita, divisione e morte. La morte cellulare programmata è chiamata apoptosi, e quando questo processo si rompe, il cancro comincia a formarsi. A differenza delle cellule normali, nelle cellule tumorali non si verifica la morte programmatica e invece continuano a crescere e dividersi. Questo porta ad una massa di cellule anomale che cresce fuori controllo.

Geni – il tipo di DNA

Le cellule possono sperimentare una crescita incontrollata se ci sono danni o mutazioni al DNA e, quindi, danni ai geni coinvolti nella divisione cellulare. Quattro tipi principali di geni sono responsabili del processo di divisione cellulare: gli oncogeni indicano quando le cellule iniziano a dividersi; i geni oncosoppressori indicano alle cellule di non dividersi; il suicidio di controllo dei geni dell’apoptosi è spingere la cellula di uccidere se stessa se qualcosa va storto; i geni per  la riparazione del DNA  istruiscono una cellula a  riparare il DNA danneggiato.

Il cancro si verifica quando le  mutazioni del gene di una cellula non sono in grado di correggere il danno al DNA e restano incapaci di commettere suicidio. Allo stesso modo, il cancro è il risultato di mutazioni che inibiscono la funzione dei geni oncogeni e oncosoppressori, con conseguente crescita cellulare incontrollata.

Sostanze cancerogene

Quelle cancerogene sono una classe di sostanze che sono direttamente responsabili di  danneggiare  il DNA, promuovendo o favorendo il cancro. Tabacco, amianto, arsenico, radiazioni come i raggi gamma e raggi X, il sole, e gas di scarico sono tutti esempi di sostanze cancerogene. Quando i nostri corpi sono esposti ad agenti cancerogeni, i radicali liberi che  si formano  tentano di rubare elettroni da altre molecole del corpo. Queste danneggiano le cellule con i   radicali liberi e  la loro capacità di funzionare normalmente.

Geni – il tipo di famiglia

Il cancro può essere il risultato di una predisposizione genetica che viene ereditata dai membri della famiglia. Si può nascere con alcune mutazioni genetiche o di un difetto in un gene che rende statisticamente più probabile la predisposizione di sviluppare il cancro più tardi nella vita.

 

 

 

I VELENI ESISTENZIALI ( veri cancri dell’umano) – RIFLESSIONE COSMOARTISTICA (Dedicata al maestro Antonio Mercurio).

 

a)     LA SEDUTTIVITA’ (con i suoi meccanismi divoranti e strumentali) erede dell’incesto intrauterino in una simbiosi strumentale tra madre e figlio/a.

Perché questo avvenga e si situi (incestandosi) non si può attribuire unicamente alla donna-madre tutta la responsabilità del caso, quasi sempre insieme alle responsabilità materne c’è una corresponsabilità dell’uomo-padre, quando non assente fortemente reattivo e scontroso che non si pone positivamente come scudo vitale protettivo fin dal vissuto prenatale, restando concorrente coi figli a rimanere nell’incesto con l’illusione di possedere la donna-madre.

Nel film questa psicodinamica è presentata fin dalle prime scene con il concorso di bellezza estiva nello stabilimento balneare di Livorno, Anna è bella e seduttiva (in verità anche un po’ seducente): con la sua vittoria scatena la gelosia di Mario(il marito) e quella del figlioletto Bruno, mentre la figlia Valeria resta incantata e incatenata all’identificazione con la parte seduttiva della madre.

Da questa illusione seduttiva, complice la sua prorompente bellezza, Anna  coltiva in maniera impropria il suo bisogno di affrancarsi-individuarsi come Persona, incapace di reagire alla riottosa gelosia del marito; restano illusori tutti i suoi tentativi di affermarsi veramente come: figurante cinematografica, cassiera, segretaria, etc…

Non riesce ad individuarsi veramente, affrancarsi da un rapporto sado-masochistico con Mario, continuando a sedurre (per suoi bisogni strumentali) altri partners, ma restando sempre carnalmente e sessualmente fedele al marito ed ai figli.

 Gli esiti che la narrazione ci mostra sono disastrosi e fortemente distruttivi, con meccanismi sado-masochistici, che creano scissioni dettati dalla rabbia(a volte) incontrollata.

 

 b)     IL SADO-MASOCHISMO (con i suoi meccanismi schizo-paranoici, incatena l’uomo e la donna nella perversione più diffusa dell’essere umano).

Nel film i vari personaggi, vittime e carnefici, di comportamenti  auto ed etero distruttivi, vanno incontro a destini differenti: alcuni (le vecchie generazioni), incapaci di sciogliere completamente le loro complicità e riconoscere le proprie menzogne esistenziali, vanno incontro ad esiti mortali; altri (le nuove generazioni) sviluppano capacità di riconoscere ed assumersi la necessità di uscire da certi meccanismi, superando  lentamente l’odio interno con i suoi esiti di rabbia, invidia, volontà suicida ed omicida,etc…

La posizione schizo-paranoide, come descritta da Melania Klein, viene situata nei primi mesi dello sviluppo neonatale: il seno materno come prototipo archetipo e reale della necessità di un mantenimento in una simbiosi positiva, viene vissuto come buono e cattivo (a seconda dei meccanismi presenti in tutti i componenti della triade-madre-padre-figlio/a).

L’invidia (primo odio preedipico) e la gelosia (odio edipico), sono da riconoscere, secondo la chiave di lettura cosmoartistica nel VISSUTO PRENATALE, anch’essi frutto da interazioni non positive nella triade, in cui troneggia l’Io fetale.

Anche la paranoia (tra invidia e gelosia), fino ad esiti deliranti e psicotici, è frutto di un agire non chiaro, frutto di menzogne e strumentalizzazioni reciproche nella triade; il superamento di questi meccanismi farorisce i processi di crescita ed individuazione dell’Io Persona di ognuno, fino ad esiti creativi e vitali…

Oltre alla magistrale lettura di Antonio Mercurio in Ipotesi su Ulisse, alcuni di questi meccanismi sono illustrati da Ignacio Matte-Blanco, L’inconscio come insiemi infiniti, che partendo da alcune indicazioni kleiniane, arriva  ad individuare i meccanismi primari dell’atto creativo, nel processo di individuazione e di crescita.

(Cfr. Una sintesi comparativa  a riguardo è presente  in Il Codice Simmetrico e la Cosmo Art, di Enrico G.Belli).

 

 

c)      IL CANCRO (Ipotesi come falsa risposta all’immortalità del corpo-falsa risposta ai meccanismi divoranti- le cellule tumorali divorano il corpo e  lo illudono nella falsa immortalità).

 La bellezza prima (quella  del corpo) è mortale ed a niente sono valsi i tentativi di renderlo immortale (es. mummificazione), né l’odierna ibernazione, né la cybernetica (cyberman),  sembrano favorire sostanzialmente una qualche speranza.

 

 

 

 

 

 

 

Scoperta meccanismo immortalità cellule tumorali

 Passo fondamentale nella lotta al cancro

Svelata dagli scienziati del campus Ifom-Ieo di Milano la strada per eliminare le cellule staminali del cancro, le vere responsabili dell’inguaribilità della malattia. I ricercatori guidati da Pier Giuseppe Pelicci, direttore scientifico del dipartimento di oncologia sperimentale dell’istituto europeo di oncologia (Ieo) e docente di patologia generale all’università di Milano, hanno scoperto come le cellule staminali del cancro diventano immortali. Sono gli stessi oncogeni, i geni che innescano il processo tumorale, che impediscono alle staminali di invecchiare, mantenendo intatta la loro capacità di formare nuovo tessuto, il tumore. In pratica le cellule madri del cancro si replicano più lentamente delle altre per avere il tempo di riparare i danni. E così facendo diventano virtualmente immortali. La scoperta si è guadagnata le pagine della prestigiosa rivista Nature.

 

” I farmaci attuali – spiegano, in una nota, gli oncologi che hanno lavorato al progetto – sono diretti contro le altre cellule tumorali, le figlie. Questa scoperta apre la via all’altra fase della cura, mirata a colpire le cellule staminali da cui originano, dunque le madri». Nuovi farmaci con questa funzione sono già in sperimentazione clinica sull’uomo: «Nei prossimi 5-10 anni – assicurano gli scienziati – potrebbero diventare disponibili, per alcune forme di tumore».

   La ricerca è stata effettuata in collaborazione con l’università degli Studi di Milano.
«Già sapevamo che, a differenza delle normali cellule staminali dei tessuti che invecchiano e muoiono, le staminali del cancro sono immortali e mantengono indefinitamente la loro capacità d’automantenersi e di generare cellule tumorali. Ma – spiega Pelicci – non sapevamo perchè. Come fanno le staminali del cancro a evadere il processo fisiologico dell’invecchiamento e della morte alimentando all’infinito il tumore?», chiede provocatoriamente il ricercatore che ha trovato la risposta al quesito.

Il team ha infatti scoperto che «gli stessi geni responsabili di uno specifico tipo di tumore, nel caso dello studio della leucemia mieloide acuta, sono anche la causa diretta dell’immortalità delle cellule staminali. Questo effetto – ammette – era del tutto inatteso, perchè si sapeva che le cellule del nostro organismo si difendono dagli oncogeni attivando un processo d’invecchiamento precoce, la senescenza, o addirittura di morte, cioè l’apoptosi». Ma questa procedura di difesa, hanno osservato i ricercatori, non si attiva nelle cellule staminali.

 

«Le cellule staminali, infatti, sopravvivono all’oncogene e non smettono di funzionare». 
«Le normali cellule staminali dei nostri tessuti – interviene Andrea Viale, uno degli autori della scoperta – accumulano nel tempo danni a carico del loro genoma, smettono di funzionare e quindi muoiono.

 Nel caso delle staminali del cancro, sono gli oncogeni a renderle invece immortali aumentando le loro capacità di riparo del danno genomico.

In questo modo le cellule staminali leucemiche non invecchiano e continuano  ad alimentare, indefinitamente, la leucemia». Gli scienziati hanno scoperto che gli oncogeni facilitano la riparazione del genoma, e quindi l’immortalità delle cellule staminali, provocando l’attivazione di un gene: il p21). Questo, proseguono, rallenta la proliferazione delle cellule staminali, lasciando loro più tempo per riparare il genoma danneggiato. In sostanza, le cellule staminali della leucemia non invecchiano perchè proliferano poco. 
Infatti, straordinariamente, quando l’èquipe di Pelicci ha tolto il gene p21 dalle leucemie, ha visto le cellule staminali proliferare di più, accumulare danni al genoma e quindi morire. E con loro anche la leucemia. Questi risultati forniscono una rappresentazione nuova dei tumori. Essi sono formati da rarissime cellule staminali – che proliferano poco – e da tante cellule figlie che, come già sapevamo, proliferano molto.

«Tutto questo – affermano i ricercatori italiani – ha una grande implicazione per il trattamento dei tumori: le terapie anti-tumorali disponibili, infatti, colpiscono principalmente le cellule proliferanti, e sono quindi poco, o per nulla, efficaci sulle cellule staminali del cancro.

Occorre quindi trovare terapie che agiscano sulle staminali. E ora la strada è segnata». 
«La nostra scoperta – commenta Pelicci – definisce un metodo per eliminare le cellule staminali del cancro: bloccare i loro sistemi di riparazione del genoma. In questo modo, infatti, le cellule staminali del cancro accumuleranno danno genomico, invecchieranno e moriranno, come fanno normalmente le cellule staminali dei nostri tessuti. Nuovi farmaci che inibiscono il riparo del genoma stanno muovendo i primi passi della sperimentazione clinica nell’uomo.                                                                                                                                                     

Sapremo nei prossimi 5-10 anni quanto sono importanti nella cura dei tumori». 
La ricerca – precisa infine il comunicato – è stata realizzata nei laboratori dell’Ieo, in collaborazione con l’università degli Studi di Milano (dipartimento di scienze biomolecolari e biotecnologie e dipartimento di medicina, chirurgia e odontoiatria) e con l’università degli Studi di Perugia (dipartimento di medicina clinica e sperimentale, policlinico Monteluce). Ed è stata possibile grazie ai finanziamenti dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), del ministero della Salute, di Cariplo e della Comunità europea.

 

Tratto da: Quotidiano.net del 01.01.2009

 

 

RIFLESSIONE COSMOARTISTICA

Per uscire a sconfiggere il cancro ( e le varie manifestazioni) oltre agli studi sulla genetica, non sono da trascurare i lavori per sconfiggere i veleni esistenziali che sono i prodromi di molte insorgenze patologiche somatopsicodinamiche.

Il farmaco è importante per tagliare la proliferazione delle cellule cancerogene, quanto anche per lenire la sofferenza oncologica.

Un lavoro per favorire la creatività e mantenere vitali  le persone affette da varia patologie oncologiche, sono farmaci dell’anima che,  sia a livello psicologico che psicoaffettivo, sono necessari alla risoluzione di varie psicodinamiche tra il  paziente , l’ambiente familiare e quello psicosociale.

Rivisitare il proprio vissuto (partendo da quello prenatale) e situarlo in relazione al proprio contesto familiare, vuol dire portare a rendere consapevoli le persone delle psicodinamiche consolidate nel proprio mondo interno ed in quello relazionale.

Il riconoscimento e l’assunzione (rendere consapevoli-non negare), uscendo dalle maschere e dalle menzogne esistenziali,  permette alla persona di riappropriarsi della propria storia ,  favorendo l’evoluzione e la crescita psicodinamica.

Metodologia di base

Oltre ai gruppi psicodinamici (piccoli gruppi) di elaborazione settimanale.

Cinematografia Cosmoartistica (visione e riflessioni sulle storie cinematografiche nel tentativo di compararle ai propri vissuti).

Gruppi teorici-pratici di elaborazione psico-culturale (es. Studio e presentazione di Libri, opere d’arte in genere, etc…).

Lavori corali di gruppo, sulla manualità e l’espressività corporea (es. mimica e psicodramma).

Lavori di riflessione personale(analisi individuale-psicoterapia), di coppia e di famiglia.

Finalità principale

Favorire l’uscita dei meccanismi coattivi per favorire il rafforzamento dell’Io Persona, sviluppando  le capacità creative.

Creare quantum di Bellezza Seconda, per favorire la creazione di un’anima immortale dell’Essere.

 

 Testo elaborato da Enrico G. Belli –dicembre 2010-

 

 

P.S. documento recente sull’immortalità delle cellule tumorali.

Le cellule immortali di Henrietta

Pubblicato il 7 dicembre 2010 da donnedellarealta

Il vaccino antipolio grazie alle cellule «HeLa» nel 1952, l’ anno peggiore della poliomielite, fu messo a punto il vaccino che è servito a proteggere milioni di persone

 

Si chiamano cellule «HeLa» e crescono dagli anni Cinquanta nei laboratori di tutto il mondo. È la prima linea cellulare derivata da cellule umane, ed è considerata immortale. Le ricerche effettuate utilizzando le cellule HeLa hanno portato ai più importanti avanzamenti nel campo della Medicina. Basti dire che grazie a esse, nel 1952, l’anno peggiore per la poliomielite, fu messo a punto il vaccino che protesse milioni di persone. Ma per mezzo di queste cellule i ricercatori hanno anche imparato le tecniche di base per la clonazione e su di esse sono state condotte importantissime ricerche genetiche, sono stati sviluppati farmaci contro i tumori, l’ Aids, l’ herpes, la leucemia, l’ influenza, la malattia di Parkinson e tante altre malattie. Ben cinque premi Nobel sono stati attribuiti per ricerche condotte su di esse.

Ma da dove provengono queste cellule? HeLa sta per Henrietta Lacks, la cui incredibile storia – che oggi solleva enormi interrogativi morali, etici, economici e sociali – è stata raccontata da Rebecca Skloot nel libro «The Immortal Life of Henrietta Lacks», pubblicato nel febbraio scorso negli Stati Uniti dalla Crown Publishers. Adesso, intorno a questa straordinaria vicenda personale e familiare commovente e pressocché sconosciuta, si è messa in moto la grande macchina del cinema americano: sulla vita di Henrietta sarà realizzato presto un film.

Henrietta Lacks era, nel 1951, una donna di colore di 30 anni, che a stento sapeva leggere e scrivere, discendente di schiavi liberati. In quegli anni, da tempo si provava inutilmente a far crescere cellule umane in laboratorio, per poter effettuare fuori dal corpo umano ricerche di fisiologia e sperimentazioni di nuovi farmaci che non si sarebbero mai potute condurre su esseri viventi. Inevitabilmente, le cellule o non si sviluppavano proprio – anche perché ancora non si sapeva esattamente di quali nutrienti avessero bisogno -, o si infettavano, o comunque si rivelavano troppo deboli per crescere. Ma un giorno del 1951, nel laboratorio del dottor George Gey, del Johns Hopkins Hospital di Baltimora, avvenne qualcosa che lasciò tutti di stucco. Le cellule prelevate da un tumore della cervice uterina di una paziente operata pochi giorni prima, giunte in laboratorio in una provetta sulla quale c’ era scritto solo «HeLa», stavano replicandosi a rotta di collo, raddoppiando di numero ogni 24 ore.

Era nata la prima linea immortale di cellule umane, che nel giro di pochi anni sarebbe stata distribuita in tutti i laboratori del mondo. Tutto inizia il 29 gennaio 1951. Henrietta entra nel reparto di ginecologia del Johns Hopkins Hospital. Ha un appuntamento con il dottor Howard Jones, per un controllo ginecologico. La donna è disorientata, non ha confidenza con gli ospedali e i test clinici; da quelle parti è ancora il tempo di ambulatori separati per i bianchi e i neri. Visitandola, il dottor Jones trova un tumore viola brillante sulla cervice uterina, che sanguina appena viene sfiorato: di questo aspetto non ne aveva mai visti prima. Fa una biopsia e spedisce il materiale in laboratorio, mentre Henrietta se ne torna a casa con il marito e i cinque figli piccoli. Dopo pochi giorni il dottor Jones riceve il responso del laboratorio: carcinoma epidermoide della cervice, stadio I. Vuol dire cancro.

Quello che sorprende il dottor Jones è che Henrietta aveva partorito in quello stesso ospedale quattro mesi prima, ma allora nel suo utero di quel tumore non c’ era traccia. A che velocità era cresciuto? Dopo aver ricevuto il responso del laboratorio, Henrietta viene richiamata in ospedale per l’ intervento. La opera il dottor Lawrence Wharton, che preleva un pezzo di tessuto dal tumore di Henrietta e un altro da una porzione sana della sua cervice, e spedisce tutto nel laboratorio del dottor Gey, un patologo che, fino ad allora senza successo, stava provando a far crescere cellule umane in laboratorio. Come di prassi, nessuno chiede a Henrietta il consenso per il prelievo. Ma, mentre le cellule tumorali di Henrietta crescevano velocemente all’ interno delle provette marcate con la sigla «HeLa», altrettanto velocemente crescevano nel suo organismo. Il 4 ottobre di quell’ anno, Henrietta muore e viene sepolta in una tomba senza lapide nel cimitero di Clover, in Virginia.

Non seppe mai nulla del fatto che avrebbe continuato a vivere nelle piastre dei laboratori di tutto il mondo. E nulla seppero i suoi familiari. Fino a quando, nel 1976, non furono contattati da ricercatori della Johns Hopkins University, interessati a compiere studi su di loro, per saperne di più sulla genetica delle cellule HeLa. I figli di Henrietta furono scioccati nell’ apprendere quanto era stato fatto con le cellule prelevate alla loro madre, che esse avevano dato un enorme contributo alla scienza e dato impulso a floridissime compagnie di ricerca. E pensare che i figli di Henrietta non potevano (e non possono) permettersi di pagare un’ assicurazione sanitaria.

Proprio per questa enorme contraddizione, considerato il contributo che le cellule di Henrietta hanno dato alla scienza medica, Rebecca Skloot, l’ autrice del libro su questa eccezionale vicenda, ha avviato la Henrietta Lacks Foundation, con lo scopo di raccogliere fondi per aiutare i familiari della donna a ricevere una formazione scolastica e a pagarsi un’assicurazione sanitaria.

di Danilo Diodoro

dal Corriere della Sera– 5 dicembre 2010                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

CINEMATOGRAFIA COSMOARTISTICA

Incontro al CINPSY INSTITUTE DI CATANZARO

Viale De Filippis, 148

 Sabato 25 giugno 2011 – ore 16.00/20.00

ALEXANDER
(Il mito, il sogno e la storia)

 
 
Nell’immagine della locandina
Colin Farrel nel film “Alexander”

                                                  Un film di Oliver Stone> 

                                            Interpreti: Angelina Jolie, Colin Farrell, Val Kilmer, Jared  Leto, 

                                                       Rosario Dawson, Anthony Hopkins.

  

Il mito di Alessandro il Macedone(detto il Grande)-Alessandro Magno, che nel IV secolo a.C. conquistò Grecia, Egitto, Persia , Afghanistan e India (il 90% del mondo allora conosciuto) racchiude un sogno ancora più grande: quello di unire Oriente ed Occidente e favorire l’integrazione delle razze senza discriminazione alcuna, archetipo ancora attuale a cui l’odio razziale e la volontà di dominio si oppongono tramite le etnie dominanti che mantengono i meccanismi degli stermini e delle pulizie etniche in ogni tempo.

 

 

RIFLESSIONE INTERPRETATIVA SUL FILM DI OLIVER STONE
di Valerio Massimo Manfredi

Il giudizio e la interpretazione, su ogni essere umano,
ha le mille sfaccettature e i mille punti di vista da cui lo si osserva,
così succede per la vita dei piccoli uomini, di ogni giorno,
sia per i grandi uomini;
l’unica differenza è il numero delle persone,
che considerano queste mille sfaccettature
e la memoria storica delle loro gesta,
che si tramandano fino a noi.
Viene naturale quando si considera la vita di un uomo, specie di un grande uomo che si erge a simbolo, celebrarlo e osannarlo come un Dio o denigrarlo come un demone.
Merito del regista Oliver Stone di avere ricordato e celebrato non solo le sue gesta, di cui sono piene i libri storia, attraverso epiche scenografia di battaglia quella di Gaugamela contro i Persiani e quella contro gli elefanti in India, dall’ impronta quasi fumettistica, disegnata, anatomica, e la vista quasi biblica della lussureggiante Babilonia coi suoi giardini pensili; ma, di avere celebrato un suo ritratto umano e le sue contraddizioni psicologiche, secondo lo storico Robin Lane Fox…

La valutazione di un uomo non è solo nelle sue gesta pubbliche,
che lasciano una impronta sulla storia,
ma anche la valutazione del suo privato.
Oliver Stone, in maniera apparentemente antipatica,
si sofferma sulla vita sessuale e amorosa di Alexander,
fino a, quasi, farlo divenire il life motif dell’intero film.
Il suo rapporto amore odio per il padre, per la madre,
un amore carnale e sentimentale per le donne,
adombrato dalla figura della madre,
e per gli uomini: femminei, in rigetto alla figura del padre…

L’ossessione del fardello della eredità di Achille,
del suo amore per Patroclo, trasmesso dalla madre,
del suo sapere, del suo conoscere,
che contrastava colla grossezza del padre Filippo.
Amore per il padre,
ma allo stesso tempo una grande distanza da lui per sensibilità.
Il suo parlare al cavallo, Bucefalo: una sensibilità che fa venire in mente Erickson quando parla delle doti di un uomo, che sa grattare i maiali, ovverosia che sa comprendere gli altri della sua e di altre specie.
Alexander: un grande comunicatore..
Il sogno di una integrazione tra civiltà diverse ottenuta, in modo cruento, attraverso la conquista militare.
L’idea universale e solitaria di Alexander di una umanità che veniva coinvolta senza più distinzione tra conquistati e conquistatori, tra civiltà superiori ed inferiori, tra barbari e non.
Il regista ha calcato su alcuni aspetti che lui sentiva senza seguire troppo il botteghino e in questo mi sembra raro ed ammirabile.

La complessità del suo rapporto coi genitori,
un rapporto continuo di amore e odio,
di distacco e di ricerca, di emulazione e di superamento
e nel contempo di autoaffermazione.
La sua sessualità, che, oltre per consuetudine storica,
nasceva dalla condivisione
di amicizia, di filosofia, di emozioni e di sogni
e di partecipazione alle cose della vita,
per cui non poteva non essere che tra uomini,
(per es. con Efestione),
visto che l’unica donna,
che avrebbe potuto affermarsi in questo era la madre,
con la quale era in antagonismo ed in fuga,
per la sua autoaffermazione, in un continuo conflitto edipico.
Alexander, forse era troppo grande la sua ricerca;
forse nel troppo cercare ci si perde e si finisce per sfidare l’infinito.
Oltre a qualcosa di già conquistato
c’è sempre qualcosa ancora da conquistare,
in una ricerca, che ha solo un principio,
ma che è senza fine.
L’infinito non ha nè forma nè consistenza
e ci si perde nell’abbracciare un sogno,
che non ha né odore né sapore
ed è inarrivabile per l’uomo.
Alexander ha posseduto gran parte del mondo conosciuto,
sfumature di infinito,
ma non ha mai posseduto, interamente,
i colori della sua vita di uomo.

Il Codice Simmetrico e la Cosmo-Art


CINPSY EDITION, 2011, pp.400 - €.25,00

 

Presentazione di Antonio Mercurio

“Dice il “Manifesto della Cosmo-Art” che il dolore serve per creare e non per espiare. Per creare il passaggio da un’identità grezza a una identità sempre più evoluta: dall’identità animale e reattiva all’identità dell’artista che è capace di creare una bellezza immortale.” Da “Ipotesi su Ulisse”, p. 189.

Questo assunto è quello che albeggia in tutto il nuovo saggio di Enrico G. Belli, da anni interprete del mio pensiero con originalità e profondità riflessiva, e trova coronamento nel commento al mio ultimo lavoro “Ipotesi su Ulisse”, anche se il tutto parte da molto lontano, come lui ricorda, dal lontano 1984, in occasione di un convegno nazionale della SUR a Catania, nella Terra dei Ciclopi.

In quell’occasione, presentando una relazione su “Odisseo/Edipo, mito archetipo come significante intrapsichico”, sembrava suggerisse quello che poi è stato la nostra riscoperta del mito omerico, come narrato nell’Odissea, con al centro la figura di Ulisse. “Torna al verso di Omero”. (di Ali Podrimja).

Da anni, con il nuovo taglio cosmoartistico da me offerto alla figura del personaggio omerico, è stato improntato il progetto della Cosmo-Art, obiettivo primario della SUR “Sophia University of Rome”, dal 1995 Ulisse “l’uomo dai mille patimenti” (Omero) è stato scelto come emblema per l’edificazione del mito della Cosmo-Art.

Nelle pagine di questo saggio “Il Codice Simmetrico e la Cosmo-Art” si parte da un’accurata ricerca e riflessioni sul mito, con approfondimenti del rapporto tra mito- sogno-poesia, in un’ottica antropologica e metapsicologica.

Il capitolo sulla Bi-logica di Ignacio Matte Blanco (Il Codice Simmetrico) e l’accostamento alle tematiche cosmoartistiche, trovando terreno comune nelle teorie kleiniane (Melanie Klein) – oltre che di Freud e Jung-, sono da Enrico Belli accostate e puntualizzate con acume critico e originali osservazioni.

L’introduzione alle teorie sull’Estetica e la Creatività di Matte Blanco, sono spesso comparate alle tematiche cosmoartistiche: originali, il richiamo a poeti famosi (Neruda -Ungaretti) e a quelli meno famosi contemporanei (es. C.M.Ranieri di Catanzaro), fino all’approfondimento sulle tematiche dell’onirico ed all’osservazione sul fenomeno del delirio.

Un riconoscimento più sentito va comunque a quella seconda parte del saggio, dedicato alla COSMO-ART, nel quale il mio pensiero ed il cammino della SUR (“Sophia University of Rome”) vengono presentati in una larga sintesi nei passaggi storico-esistenziali e di elaborazione teorico-pratica: dalla Psicoterapia Analitica alla Antropologia Personalistica Esistenziale, dalla Sophia-analisi alla Sophia-art, fino alla Cosmo-Art…

Enrico G. Belli, oltre che studioso e storico attento, dà prova delle sue capacità narrative, quando commenta con osservazioni personali gli Assiomi ed i Teoremi della Cosmo-Art, facendoci entrare nel suo mondo personale, raccontando episodi della sua vita significativi: storie in cui narra ed affronta con calore il dolore ed altre in cui con autoironia ci porta a percepire con leggerezza la profondità della sua anima.

Dalla Terra dei Feaci, che lui precisa in una nota sia da individuare nella Calabria (secondo l’ipotesi avanzata dallo studioso tedesco A.Wolf), e particolarmente in quella striscia di terra tra i due mari (Tirreno e Ionio), che va dalla foce del fiume Amato nel lametino fino all’antico Porto della Rocelletta di Borgia (foce del Còrace) nei pressi di Catanzaro Lido, riallaccia sempre il discorso secondo la mia “Ipotesi su Ulisse”.

Un grazie per come il mio pensiero è stato accolto (come gli antichi Feaci accolsero il naufrago Ulisse), per lo stile scorrevole e preciso con cui esprime i vari argomenti: ogni libro (pubblicazione) è un aggregatore dell’anima cosmoartistica che dobbiamo creare e consolidare negli anni a venire.

Ad Enrico, che ho recentemente nominato Promotore scientifico-culturale per i rapporti della SUR “Sophia University of Rome” con l’America Latina, il mio augurio di una diffusione di questo testo, importante per l’argomentazione trattata e per le innumerevoli prospettive che offre ad approfondimenti successivi. La creatività della SUR “Sophia University of Rome”, che sta conoscendo stagioni di produttività editoriali e costanti approfondimenti, particolarmente sulla Cosmo-Art, è sempre più indirizzata a costruire questo mito cosmoartistico, certi che approfondendo le tematiche del mito odisseico (centrato sul travagliato “nostos” di Ulisse) si costruisce e si mette in opera quello cosmoartistico che ha come obiettivo cardine “la creazione della Bellezza Seconda”.

A questa mia breve introduzione, al volume di Enrico G. Belli “ Il Codice Simmetrico e la Cosmo-Art”, consiglio di aggiungere la relazione del gruppo di Cosmo- Art di Roma, redatto da Francesco Sollai, in occasione del Seminario sul VI Teorema e Vita prenatale. (XII Laboratorio di Antropologia Cosmo-artistica )

Antonio Mercurio, Fondatore e Presidente della SUR “ Sophia University of Rome”, Filosofo, Antropologo, Sophia-analista, Sophia-artista, Cosmo-artista.

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