QUASI AMICI>TITOLO ORIGINALE “INTOUCHABLES”>Regia di Olivier Nakache e Éric Toledano.

TRAMA DEL FILM

   La vita derelitta di Driss, tra carcere, ricerca di sussidi statali e un rapporto non facile con la famiglia, subisce un’impennata quando, a sorpresa, il miliardario paraplegico Philippe lo sceglie come proprio aiutante personale. Incaricato di stargli sempre accanto per spostarlo, lavarlo, aiutarlo nella fisioterapia e via dicendo Driss non tiene a freno la sua personalità poco austera e contenuta.

   Diventa così l’elemento perturbatore in un ordine alto borghese fatto di regole e paletti, un portatore sano di vitalità e scurrilità che stringe un legame di sincera amicizia con il suo superiore, cambiandogli in meglio la vita.
Il campione d’incassi in patria (con cifre spaventose) è anche un campione d’integrazione tra i più classici estremi.

   La Francia bianca e ricca che incontra quella di prima generazione e mezza (nati all’estero ma cresciuti in Francia), povera e piena di problemi.

   Utilizzando la cornice della classica parabola dell’alieno che, inserito in un ambiente fortemente regolamentato ne scuote le fondamenta per poi allontanarsene (con un misto di Mary Poppins e Il cavaliere della valle solitaria), i registi Olivier Nakache e Eric Toledano realizzano anche un film tra i più ottimisti sulle tensioni che attraversano la Francia moderna. Mescolando archetipi da soap (anche i ricchi piangono), la favola del vivere semplice e autentico come ricetta di vera felicità e un pizzico di “fatti realmente accaduti”, a cui gli autori sembrano tenere molto (l’autenticità viene ricordata in apertura e di nuovo in chiusura con i volti dei veri personaggi), Quasi amici riesce a mettere in scena un racconto che scaldi il cuore e rischiari l’animo a furia di risate liberatorie (l’uinca possibile formula che porti incassi stratosferici) senza procedere necessariamente per le solite vie.

   La storia di Philippe e Driss non segue la canonica scansione da commedia romantica, non procede per incontro/unione/scontro/riconciliazione finale ma ha un andamento più ondivago, che fiancheggia la crisi del rapporto e le sue difficoltà senza mai forzare il realismo.Pur concedendo molto a quello che piace pensare, rispetto al modo in cui realmente vanno le cose, il duo Olivier Nakache e Eric Toledano riesce nell’impresa non semplice di infondere un’aria confidenziale ad un film che poteva facilmente navigare le acque del favolismo.

   Molto è merito di un casting perfetto che, si scopre alla fine, ha avuto il coraggio di allontanarsi parecchio dalle fisionomie dei personaggi originali. Sul corpo statuario sebbene non perfettamente scolpito (come sarebbe invece accaduto in un film hollywoodiano) di Omar Sy passano infatti tutte le istanze del film. Dai suoi sorrisi alle sue incertezze fino alla sua determinatezza, ogni momento è deciso a partire da quello che l’uomo nero può significare nella cultura francese odierna.

   Elemento pericoloso quando vuole spaventare un fidanzato che merita una lezione o un arrogante vicino che ingombra il passaggio, indifesa vittima della società quando ha bisogno di un aiuto, forza primordiale e vitale quando balla e infine carattere autentico quando tenta approcci improbabili con le algide segretarie

 

LINEE INTERPRETATIVE COSMOARTISTICHE

Philippe> “… Perché la gente s’interessa all’arte? ”. Driss > “ Non lo so. E’ un businness…” . Philippe> “ No.  Perché è la sola traccia del nostro passaggio sulla Terra!”

   Il film  presenta  varie linee interpretative, opera polisemica, contiene diverse tematiche sociali ed esistenziali, tra gli altri: l’immigrazione in Europa degli africani, l’integrazione razziale, il problema degli handicap (fisici e sociali), il ruolo del maschile per uscire dal masochismo, l’amicizia come dono da costruire, il ruolo del figlio per rivitalizzare il padre, l’ironia come mezzo  per attraversare la sofferenza, il dolore dell’abbandono e la bellezza del ritrovarsi, e tra l’altro un originale dono edipico finale del figlio/padre.

   Nel ricordare che “il dolore serve per creare, non per espiare”, che il dolore è una forza cosmica che va unita alle forze umane per costruire  “sentieri di bellezza seconda”, tutto il film  contiene una forza speciale, una vitalità intensa che passa in tutti i protagonisti di questa incredibile storia.

   La narrazione prende spunto dal racconto di una storia veramente accaduta; che i registi, dopo il montaggio abbiano chiesto al principale protagonista di dare il suo beneplacito all’opera cinematografica, è altamente significativo.

   La trama si ispira a quella vera del libro autobiografico Il diavolo custode di Philippe Pozzo di Borgo, uomo d’affari francese diventato tetraplegico nel 1993 in seguito a un incidente col parapendio. Immobile e senza sensibilità dal collo in giù, a salvarlo dalla morte dell’anima è stato Abdel, strano badante di colore, tutt’altro che gentile e affidabile, proveniente dalla periferia degradata di Parigi. “ È insopportabile, vanitoso, orgoglioso, brutale, superficiale, umano. Senza di lui sarei morto di decomposizione ”, scrive Philippe.

   In Quasi amici – Intouchables Philippe è interpretato da François Cluzet, che dimostra un controllo perfetto del corpo nella sua immobilità da sedia a rotelle unito a un’intensità espressiva che fa quasi dimenticare l’inabilità del suo personaggio.

   Abdel diventa Driss, nei cui panni c’è Omar Sy, capace di infondere al suo personaggio una guasconeria vulcanica e coinvolgente come una sensibilità sorprendente. Anche le attrici che contornano questo magnifico duo sono preziose presenze, su tutte Anne Le Ny, nelle vesti della governante premurosa e dotata di buon senso dell’umorismo, e Audrey Fleurot, la bella segretaria Magalie inflessibile e tagliente.

   Due mondi completamenti diversi, quello della Parigi aristocratica e ricca di Philippe e quello della Parigi povera e complicata di Driss, inaspettatamente si incontrano, offrendo un messaggio di speranza e tolleranza. Da un’amicizia insolita nasce una seconda vita. E intanto, mentre il tema delicato e serio dell’handicap è trattato in maniera umoristica e divertente, si vedono anche le banlieue parigine e la realtà contemporanea viene disegnata con pochi tocchi decisi.

   Mentre si ride o si piange, di fronte a Quasi amici – Intouchables, vengono affrontati temi sociali come l’integrazione, la collocazione dei giovani che vengono dalle periferie, il divario sempre maggiore tra le classi più abbienti e quelle più povere, le difficoltà di convivere con un handicap fisico…  Mentre si piange o si ride. Come pochi film sanno fare.

 

  1. IL TRAUMA COME STRUMENTO DI CONOSCENZA DEL VISSUTO PRENATALE.

Alla ricerca dell’ Inconscio Esistenziale

L’AGIRE DELL’INCONSCIO NON RIMOSSO

 

    La trama si ispira a quella vera del libro autobiografico Il diavolo custode di Philippe Pozzo di Borgo, uomo d’affari francese diventato tetraplegico nel 1993 in seguito a un incidente col parapendio. Immobile e senza sensibilità dal collo in giù, a salvarlo dalla morte dell’anima è stato Abdel, strano badante di colore, tutt’altro che gentile e affidabile, proveniente dalla periferia degradata di Parigi. “È insopportabile, vanitoso, orgoglioso, brutale, superficiale, umano. Senza di lui sarei morto di decomposizione”, scrive Philippe.

La Cosmo-art  ci indica di esplorare il presente per ridiscendere a cogliere i punti nodali della nostra mappa prenatale.

   “…Per inconscio esistenziale intendo un concetto topico-dinamico come di un luogo nel quale sono racchiuse, come sono racchiuse le informazioni di un computer, tutte le reazioni di amore e di odio, proprie dell’Io-Psichico e dell’ Io-Corporeo, e tutte le decisioni di amore e di odio, proprie dell’Io-Persona, liberamente emesse a partire da tutti i fatti esistenziali che hanno costellato la vita di ogni individuo, sin dal primo momento del concepimento.” ( Antonio Merurio, Teoria dell’ Inconscio Esistenziale, Progetto Editoriale -Costellazione di Arianna, SUR- Roma, p.25).

 

a)     Inconscio Esistenziale FATTUALE.

 Dalla narrazione sappiamo, quindi, che Philippe è diventato paraplegico in seguito ad un incidente col parapendio; da questo possiamo supporre che un analogo (o metaforico) incidente deve essergli capitato nel suo vissuto prenatale.

Le conseguenze esistenziali, nonostante la sua ricchezza (miliardario), sono state altrettanto dolorose: è abbandonato dalla moglie (muore prematuramente) e vive circondato da badanti e collaboratori familiari vari, da cui dipende in quanto non autosufficiente.

  Nel vissuto intrauterino dipendiamo in modo totale dalla madre, non siamo autosufficienti e viviamo incapsulati nell’utero che per quanto accogliente per la vita è sempre un luogo chiuso, ricco di possibilità di crescita e possibili trappole pericolose …

   Sappiamo dalla letteratura in merito quanto il feto, sotto forti spinte ansiogene e aggressive, possa vivere vere angosce di morte, tali da portarlo a vere paralisi, rannicchiandosi e rallentando i battiti cardiaci.

 Paure e angoscia di morte non sono infrequenti nel vissuto prenatale, ma nonostante tutto ciò le rassicurazioni e la ripetuta accettazione e accoglienza possono calmare e rassicurare le spinte alla vita.

     Recentemente, assistendo a lanci ripetuti  di “parapendio”, mi sono chiesto cosa possa spingere all’esperienza coraggiosa e sportiva, al limite della sfida al  pericolo: sulla costa tirrenica (Nord Calabria) a Praia a Mare, l’estate del 2011 sono stato tentato a lanciarmi col parapendio, ma ho desistito, certamente per mio scarso coraggio, anche perché ho considerato che la bellezza del lancio (e la contemplazione del paesaggio sottostante volando come un albatros) non compensavano la paura del pericolo.

   In autunno, vedendo il film, col personaggio di Philippe (ispirato ad un’esperienza reale), ho considerato il fatto che in caso di un incidente pesante non potevo certo permettermi cure da miliardario, come il personaggio del film.

Quale fosse stato il vissuto prenatale di Philippe, tanto da spingerlo alla pratica del “parapendio” ed al conseguente trauma, possiamo solo immaginarlo: sfida alla madre per i condizionamenti patiti e -nonostante ciò- coraggio a continuare una vita dignitosa, godibile e creativa.

 

b)     Inconscio Esistenziale REATTIVO.

   Nel film  il personaggio di Philippe è tratteggiato come persona paraplegica, che vive la sua condizione con molta autoironia e consapevolezza del suo stato.

   La reattività è forse da ascrivere alla sfida alla madre …

   Sfidare la madre da parte del figlio maschio a volte comporta compiere atti inconsulti, gesti al limite dell’impossibile, per allontanarsi da lei o dimostrargli quanto si è coraggiosi e che si può fare a meno di lei e delle sue cure …

   Poi, come nel caso di Philippe, si diventa dipendenti in tutto: sceglie di circondarsi di figure femminili, prima di incontrare un figura maschile Driss (il senegalese, sfrontato badante speciale).

 

 c)       Inconscio Esistenziale DECISIONALE.

  L’incontro con DRISS, nelle prime scene del film rappresenta una decisione nel presente (scegliere-decidere) di assumere il giovane senegalese come badante, quasi come affidarsi ad Abdel, strano badante di colore, tutt’altro che gentile e affidabile, proveniente dalla periferia degradata di Parigi, è una modalità creativa del suo inconscio decisionale.  “ È insopportabile, vanitoso, orgoglioso, brutale, superficiale, umano. Senza di lui sarei morto di decomposizione”, scrive Philippe.

   Affidarsi ad una parte maschile vitale ed impietosa, ma molto umana (quasi amico),

permette al protagonista di vivere il suo handicap con una nuova speranza.

   L’affidarsi al Sé Personale, fin dalla vita prenatale, permette all’Io Persona di non farsi accecare dalle pretese dell’Io Fetale e nascere ad un principio di realtà che somiglia molto al principio maschile, vitale e generoso.

 Un feto creativo e saggio è quello che, pur accettando il dolore di una madre asfissiante e poco protettiva, sa affidarsi al principio paterno forte e capace di sfidare l’impossibile per costruire un possibile vitale e gioioso.

 

 

DRISS (ABDEL) ED IL SUO INCONSCIO NON RIMOSSO, ALLA SCOPERTA DEL SE’.

 

 Il giovane senegalese entra nel racconto come uno sbruffone manipolatorio e arrogante: in principio si presenta al colloquio di lavoro, a casa di Philippe,  non per essere assunto, ma unicamente per scroccare la conferma della presenza alle selezioni di lavoro ed ottenere il sussidio di disoccupazione.

     Nel prosieguo del racconto, quando Philippe lo convince ad accettare un periodo di prova e poi assumerlo come badante, si scopre la vita traumatica e di miseria con cui  ha dovuto convivere prima in Senegal e poi in Francia.

 Abbandonato dalla madre con numerosi figli e con padre assente, viene  affidato e cresciuto da una zia, che gli impone la presenza di uno stuolo di cugini -tra cui uno adolescente, che lo raggiungono in Francia dal Senegal.

 Driss finisce in carcere per furto, ma pur cercando di sopravvivere cerca sbocchi creativi, prima dell’incontro (apparentemente casuale) con Philippe.

 

 

 

 

L’INCONSCIO NON RIMOSSO E LA MEMORIA CELLULARE.

 Tutto l’agire di Driss è istintivo, dettato dal suo profondo (L’INCONSCIO NON RIMOSSO).

   Sappiamo quanto di fronte al nostro agire istintuale attingiamo da un substrato interno, depositato nella nostra  personale MEMORIA CELLULARE, che ne orienta il comportamento, a volte in maniera inconsapevole.

 Nello studio, sulle leggi del mondo simmetrico, come è definito ne IL CODICE SIMMETRICO E LA COSMO-ART, questa indagine è tratteggiata nel riportare le riflessioni sul lavoro di Ignacio MATTE BLANCO, soprattutto riguardo alla concezione dell’ <Inconscio come Insiemi Infiniti> quando illustra, partendo dal concetto dell’<inconscio come struttura> ( di Freud), come L’INCONSCIO SIA UNA STRUTTURA, che risponde secondo leggi proprie, tale da configurarsi come una vera “logica simmetrica”, un vero codice.

 Driss è istintivo, vulcanico, ironico ed autoironico, a suo modo un artista di comunicazione, che affascina e coinvolge: il suo inconscio non rimosso, lo spinge a comportamenti al limite del decoro, ma sempre in maniera simpatica ed ilare, tanto da affascinare, coinvolgere e ottenere accettazione.

   In risposta ad una madre problematica-manipolatoria (ma non abbandonica), agisce sempre sperando di costruire soluzioni nuove, trovando sostegno dal suo SE’ PERSONALE, che riscopre  e mette in atto creativamente.

 La sua opera d’arte viene completata, dopo il  primo distacco da Philippe, quando ritorna e finalmente è capace di creare il dono per l’amico ( DA QUASI AMICI A PIU’ CHE AMICI).

   E fa a Philippe quello che avrebbe voluto che suo padre facesse a lui: donargli la madre o meglio farlo incontrare con una donna capace di sceglierlo ed amarlo per come lui è,  prenderne l’essenza ed utilizzarla con modalità creative.

 Driss, rincontrando Philippe dopo il primo periodo, comprende il suo bisogno  di incontrare la donna che corteggiava da tempo, ma  che non aveva ancora avuto il coraggio di vederla personalmente per stabilire un  contatto reale.

Gli prepara l’incontro: la conclusione finale è un DONO EDIPICO, di un figlio (Driss) che assume il ruolo paterno, espressione del suo Sé Personale, arricchito dal rapporto con Philippe e finalmente donativo e creativo

Annunci

DEAR JOHN (CARO JOHN) Regia di Lasse Hallström

Immagine

TRATTO DAL ROMANZO “RICORDATI DI GUARDARE LA LUNA” DI NICHOLAS SPARKS

IL CONIO ETERNO DELLA VITA ALLA RICERCA DI UNA VIA IMMORTALE

—————————————————————————————————————-

LA COSMO-ART

(UN MODELLO ARTISTICO INTERPRETATIVO)

 

Trama del film

   John Tyree è un ragazzo ribelle, cresciuto senza madre, che vive assieme al padre problematico (con tratti di autismo), con il quale ha un rapporto tormentato. Per placare la sua inquietudine adolescenziale, John decide di arruolarsi nell’esercito, così viene mandato per qualche tempo oltre oceano per servire la patria. Tornato a casa in licenza, John passa la maggior parte del suo tempo a praticare surf. Un giorno, recuperando una borsa caduta in mare, conosce la bella Savannah Lynn Curtis.

   Tra i due ragazzi scatta subito il colpo di fulmine, trascorrendo ogni istante assieme, fino al giorno in cui John è costretto a ripartire. Dal quel momento John e Savannah si ripromettono di tenersi in contatto scrivendosi appassionate lettere d’amore.

    Dopo un anno John sta per tornare a casa per vivere serenamente la sua storia d’amore con Savannah, ma gli attentati dell’11 settembre 2001 gli faranno cambiare progetto. Decide quindi di riconfermare la ferma per altri due anni, continuando il rapporto epistolare con Savannah. Quest’ultima però risente della lontananza e spinta dal bisogno di aiutare l’amico Tim e il figlio autistico (di quest’ultimo) decide di lasciare John per sposarlo.

   Poco tempo dopo aver ricevuto la lettera in cui viene lasciato John verrà ferito in Afganistan. Dopo tre mesi di ospedale in Germania, essendo ancora innamorato inevitabilmente di Savannah, decide di restare nell’esercito per fare carriera. Tornerà a casa solo nel 2007, da sergente, poiché il padre è stato colpito da ictus. Trascorre con lui gli ultimi giorni prima della morte, per poi andare a trovare Savannah.

   Qui scopre che Tim ha un linfoma in fase terminale e che Savannah non ha più soldi per poter sottoporre Tim a cure sperimentali contro il tumore. Scopre anche, proprio grazie a Tim, che lei lo ama ancora e capisce che la scelta di lasciarlo non è stata semplice, ma dettata dal fatto che lei volesse aiutare Tim, che la amava da tempo, e per dare una madre al figlio autistico.

   John decide allora di vendere la preziosa collezione di monete del padre e fa una donazione anonima a Savannah, per poter dare qualche mese in più di vita a Tim.

   Torna quindi nell’esercito dicendo addio a Savannah, nonostante sia palese ad entrambi il sentimento di amore che ancora li lega profondamente. Torneranno poi ad incontrarsi quasi per caso in un bar, qualche tempo dopo, ancora innamorati l’uno dell’altra, per rinnovare il loro progetto di coppia.

Premessa     QUALE AMORE : innamoramento ed amore.

  Il concetto d’amore, si è evoluto nel corso dei millenni della storia umana, pur nelle varianti etniche  ha conservato delle linee guide che sono comuni a tutti gli esseri umani.

   Esistono varie tipologie d’amore, le sottoelencate mi sembrano quelle più importanti:

  1. L’amore tra genitori e figli (di cui quello materno è particolare).
  2. L’amore tra fratelli (amore fraterno).
  3. L’amore tra amici (amore amichevole).
  4. L’amore tra fedeli (amore affiliato-tipo religioso o di altre lobby tipo sportivo).
  5. L’amore di coppia (uomo-donna, finalizzato  nel matrimonio principalmente alla procreazione).
  6. L’amore di coppia (uomo-uomo, donna-donna, finalizzato alla convivenza omosessuale).
  7. L’amore parentale(amore tra consanguinei non conviventi es. familiari – nonni, zii, cugini, etc.).

 Altre tipologie, altre forme d’amore, sono da individuare in particolari contesti socio-culturali:

dinamicamente sono tutte improntate a momenti iniziali e sviluppi successivi:

 

a)      Innamoramento, fase attrattiva iniziale.

b)      Amore come  passione.

c)      Amore come possesso.

d)      Amore come progetto.

e)      Amore come dono.

    Alberto Alberoni, sociologo e psicologo contemporaneo, ha descritto in modo mirabili queste fasi,      almeno nelle fasi essenziali dell’innamoramento.Per Alberoni l’innamoramento è un processo della stessa natura della conversione religiosa o politica. Noi ci innamoriamo quando siamo pronti a mutare, quando i tentativi di salvare le nostre relazioni amorose precedenti sono falliti. Allora avviene in noi un rapido processo di destrutturazione-ristrutturazione chiamato stato nascente.

   La precedente relazione va in pezzi e noi ricostruiamo il nostro mondo e il nostro futuro facendo perno sulla persona amata. Nello stato nascente l’individuo diventa capace di fondersi con un altra persona e creare una nuova collettività ad altissima solidarietà. Di qui la celebre definizione: l’innamoramento è lo stato nascente di un movimento collettivo formato da due sole persone.

   L’amore è sempre rivelazione sempre rischio. Per sapere se è veramente innamorato, il soggetto si sottopone a delle prove (prove di verità) e , per sapere se è ricambiato, sottopone la propria amata alle prove di reciprocità. Questo delicato processo può portare a equivoci e anche alla catastrofe dell’amore nascente.

   Nell’innamoramento la persona amata viene trasfigurata perchè ciascuno diventa il capo carismatico dell’altro. Il processo di fusione, però , è sempre bilanciato dal desiderio di affermare se stesso. Questo conflitto da al processo amoroso un carattere drammatico e passionale. Se i due innamorati non riescono a creare un progetto o quando perché i loro progetti individuali sono troppo diversi e incompatibili, il processo amoroso può naufragare.

   La fenomenologia dell’innamoramento è la stessa nei giovani e negli adulti, nei maschi e nelle femmine, negli omosessuali e negli eterosessuali perché la struttura dello stato nascente non cambia.

   La tesi esposta, in contrasto con le vedute della psicoanalisi, non considera l’innamoramento una regressione. Anzi lo fa nascere dallo slancio verso il futuro, verso il cambiamento e lo considera fondamentale per la formazione della coppia amorosa.

 

 

Introduzione alla concezione sophianalitica dell’amore come dono

 

 

Antonio Mercurio ha definito la Sophianalisi, scienza antropologico-esistenziale, che trova il suo cardine nel concetto di Persona (come da lui  così definita ):

“La Persona è un principio spirituale unificatore, dotato di libertà e identità propria, che è fine a se stesso e a nessun altro, i cui elementi costitutivi sono la capacità di amare se stesso             (-esse in) e la capacità di amare gli altri (-esse ad).” 

Ricorrendo alla terminologia della Filosofia Scolastica, si diventa Persona, secondo questa concezione sophianalitica, sviluppando queste due componenti:

a) Esse in= capacità di consistere come persona nel rapporto con se stessi e capacità di raggiungere il pieno sviluppo dell’amore di se stessi: capacità di autonomia, di sussistenza, di libertà, di consistenza , di maturità (Capacità di amarsi).

b) Esse ad= capacità di amare gli altri; capacità di entrare in rapporti autentici col mondo e con gli altri; in particolare tra questi altri c’è il tu del partner.
(Capacità di amare ed essere amati).

   Mercurio  ha  poi sviluppato, con un’analisi articolata e approfondita, “i presupposti esistenziali di base nella coppia”, ponendo l’accento sull’unione simbiotica e sul bisogno di possesso, da cui spesso l’uomo e la donna partono nello stabilire un rapporto di coppia.

   Chiarendo, comunque,  la necessità di rivivere e superare all’interno della coppia sia l’unione simbiotica che il bisogno di possesso, per non restare nel determinismo strumentale dei propri bisogni psichici.

   La volontà di dominio (come volontà di potere), presente in ogni persona sia uomo che donna, è successivamente affrontata come dinamica all’interno della persona e della coppia. Richiamandosi ad Erich  Fromm, nella concezione sophianalitica si distingue tra il “potere di”, che è uguale alla capacità di usare il

potere e che porta alla creazione e il “potere su” che è uguale al dominio sugli altri e che porta spesso alla distruzione.

   Nella proposta sophianalitica di A. Mercurio  si precisa come la donna, in primis, deve riconoscersi                         ed assumersi di avere questo maggior potere e come da questo antagonismo si può uscire soltanto                  se la donna è capace di fare dono all’uomo del potere all’interno della coppia.

   Amore come dono, dunque, che supera il possesso e calma la volontà di dominio, in quanto dal dono ricevuto l’uomo possa essere capace di fare dono e riconoscere il potere autentico e superiore della donna, nel campo della affettività e dell’intuizione. Interessante in quest’ottica l’accenno allo sviluppo della capacità di “unificazione ed armonizzazione del principio maschile e del principio femminile” (come affermato, nella concezione sophianalitica da Antonio Mercurio e da Paola Sensini).

    L’uomo e la donna tenderanno ad unificare ed armonizzare all’interno della persona di ognuno il principio maschile e il principio femminile, processo di crescita che ognuno arricchisce nel corso della propria esistenza (e particolarmente nella coppia). Nel senso che il principio maschile ed il principio femminile sono ambedue presenti nell’uomo e nella donna e sappiamo che essi sono complementari l’uno all’altro: compito di ognuno è armonizzarli. Per concludere riferendosi ad un presupposto consueto nella vita di coppia, l’amore passione (ed il suo corrispettivo dell’amore come possesso), Mercurio pone l’accento sulla necessità di rivivere e superare il possesso per costruire un amore-azione, un amore maturo, come dono.

   Se l’amore, come dice Fromm e concorda Mercurio, è un potere attivo e non passivo, è azione e non passione, “… l’uomo deve superare la fase dell’amore come possesso per passare a quella dell’amore come dono. Ciò non significa negare il bisogno del possesso ma superarlo dialetticamente dopo averlo vissuto. Il possesso da sicurezza ma non dà gioia.

    Il possesso dell’altro, anzi della vita dell’altro, se non è superato genera l’odio e l’odio scatena la distruttività, sia nell’ambito familiare che in quello sociale. Solo l’amore come dono che supera il possesso dà insieme la sicurezza e la gioia, la realizzazione propria e quella del partner, fa uscire dall’unione simbiotica per tendere verso la libertà della persona e struttura un nuovo edipo, creando migliori rapporti tra genitori e figli, tra individuo e società…” (Da Amore e Persona, di Antonio Mercurio, op.cit.).

LINEA INTERPRETATIVA METAPSICOLOGICA  E ANTROPOLOGICA

                                                                La Cosmo-Art

 

 1.          IL Conio intrauterino (Nella vita prenatale).

Inconscio fattuale-reattivo-decisionale(progettuale). L’insieme dei fattori che hanno contribuito allo vissuto prenatale.

 2.           IL Conio intracosmico (Nella vita intracosmica).

Scelte per conoscersi e darsi un’anima. Superare i veleni della vita e crescere nella propria consapevolezza creativa. Individuarsi come Persona, secondo i valori portanti del Sé:  Libertà, Verità, Bellezza, Amore.

 

 3.         IL Conio ultracosmico (Nella vita ultracosmica).

Scelte per dare, insieme alle forze cosmiche, un’anima immortale all’umanità ed al cosmo: creare LA BELLEZZA SECONDA. Scegliere l’unione col Sé personale,  corale e insieme alle forze cosmiche – ed il Sé Cosmico-  creare una via di  immortalità. (Arte, Dolore e Saggezza)

 

   “… La Como-Art è un movimento artistico, accessibile a chiunque abbia forza e coraggio sufficiente per staccarsi dall’Io Fetale che ancora si porta dentro ed elevarsi alla dimensione cosmica artistica dell’Io Adulto la quale abbraccia l’intera vita dell’uomo: dal primo istante del concepimento alla vita ultracosmica, per fare della propria vita e del cosmo un’unica opera d’arte capace di creare bellezza immortale (LA BELLEZZA SECONDA), così come seppe fare Ulisse, secondo quanto racconta Omero nell’ Odissea ed è spiegato nel mio libro Gli Ulissidi “ . *

*Antonio Mercurio,  Presentazione,  in Teoremi ed Assiomi della Cosmo-Art, Ed. SUR-Roma,  2004, pp.7-9.

   “… La bellezza della vita, quella particolare bellezza che consiste nella capacità di avere una vita serena, a livello biologico e a livello psichico, e che oggi appartiene a un sempre minor numero di persone fortunate, rientra nella categoria della bellezza prima e si crea già durante la vita prenatale.

    Purtroppo sappiamo che questa bellezza può essere sconvolta o turbata, a livello psichico, da innumerevoli traumi che creano il male del vivere e, a livello biologico, da innumerevoli malattie che creano handicap fisici ed esistenziali.

   In questo momento, per quanto possa essere avanzata la cura amorosa del feto da parte della madre e dei padri, non ci sono sufficienti  certezze che la vita intrauterina non venga ugualmente turbata da traumi e che questi traumi non intacchino la bellezza della vita.

Il malessere esistenziale è troppo esteso nella società attuale e se sono chiare le cause, introdotte dall’uomo, che inquinano la qualità della vita, a poco a poco diventerà sempre più chiaro nel tempo come ’inquinamento della qualità della vita cominci già nella vita prenatale e non dopo

Per questo motivo parliamo della bellezza perduta, della bellezza del vivere che è stata assaggiata e perduta già durante i nove mesi di gravidanza, e dalla ricerca costante di questa bellezza che molti perseguono nella vita postnatale con mille modi diversi, a volte sani e a volte malsani.

 Ciò che, a nostro avviso, inquina maggiormente la bellezza del vivere di ogni nato che viene al mondo, e che i figli sono sempre voluti e vissuti per soddisfare i bisogni della madre. Purtroppo non c’è nessuna madre che possa, anche con tutta la buona volontà del mondo, impedirsi di imporre la sua volontà di dominio al frutto che porta in grembo. E’ una legge naturale.

Ora, se questo accadimento, nelle epoche passate, non comportava nessun particolare trauma nei figli, non è più così oggi. Questo lo apprendiamo dalla presenza massicciamente comprovata di una nuova sensibilità e di una nuova consapevolezza che caratterizza le generazioni attuali, le quali soffrono e si rifiutano di essere considerate un prolungamento dei genitori per il soddisfacimento dei loro bisogni.

Esse hanno la consapevolezza, acquisita sin dal concepimento, che ogni essere umano è un fine e non un mezzo.” *

 *A. Mercurio, Ibidem,  (Capitolo III – Principi di antropologia  prenatale), pp.74-75.

 

 

 

INTERPRETAZIONE COSMOARTISTICA

 

SULLE TEMATICHE PRINCIPALI DEI PERSONAGGI DEL FILM

 

 1.    IL Conio intrauterino (Nella vita prenatale).

Inconscio fattuale-reattivo-decisionale(progettuale). L’insieme dei fattori che hanno contribuito allo vissuto prenatale.

 

    La narrazione del film inizia con la scena di John, ferito in Afganistan (da due pallottole), ancora semicosciente ripensa a due cose: la collezione di monete del padre ed a Savannah.

   La metonìmia del vedersi come una moneta imperfetta (un ibrido) coniato nel 1980 ed ora in servizio con l’esercito  americano, ci porta a fare una prima considerazione sul  possibile vissuto intrauterino di John.

     Sappiamo che quello che ci accade nel corso della vita, sono molto spesso esperienze  che rimandano ad un analogo fatto accadutoci nello sviluppo prenatale.

  I due fori  del suo conio esistenziale (uomo-moneta dell’esercito americano-un ibrido imperfetto) non è difficile paragonarli ad i due fori del suo vissuto fetale, che possiamo così definire e precisare con certezza: 1. La madre abbandonica; 2. Il padre autistico.

    La sua rabbia interna è indirizzata su questi due buchi esistenziali, ma la madre abbandonica (in primis) è il foro più profondo.

 

La madre abbandonica (inconscio fattuale)

 

 

 

   Nella sua componente “abbandonica” la funziona materna ha uno dei  suoi principali limiti: questo è uno stato primario dell’essere, fin dal vissuto prenatale.

    Il feto percepisce quanto non sia accolto ed amorevolmente accudito (nutrito in tutti i sensi), parimenti si rende amaramente consapevole dei limiti del suo mondo affettivo primario: una madre distratta, o poco attenta ai bisogni del nascituro, può creare problematiche varie.

 

   Il film non ci dice molto del perché questa madre abbandona il figlio, subito dopo la nascita, come fosse morta o scappata via dalla vita del figlio e del coniuge … (forse incapace di accettare la convivenza con un uomo autistico?)

   Con certezza sappiamo che John viene cresciuto unicamente dal padre e che il suo vissuto prenatale è stato carente di attenzioni autentiche materne, il padre (anche se limitato) ha dovuto sopperire alla funzione della madre, a scapito di una forte funzione paterna.      

Dice la Cosmo-art, tramite il suo primo fondatore Antonio Mercurio.

    “… Nella storia dell’uomo c’è un salto evolutivo che non è voluto dall’uomo ma da una volontà cosmica che modifica il sentire e il volere dell’essere umano sin dai primi istanti di vita.

   L’ Io fetale, immerso nell’ambiente intrauterino e in comunicazione ormonale ed empatica con la madre, appare dotato di una nuova sensibilità che è intollerante e ribelle a qualunque assoggettamento e manipolazione da parte della madre…

 La ferita è dovuta al trauma di essere stati considerati una cosa e non una persona, un mezzo e non un fine.

   La ferita è dovuta al dolore  della presenza di un utero come contenitore che non soltanto non è più caldo e accogliente come lo era una volta, nelle epoche precedenti, ma che è essenzialmente incapace di riconoscere al nascituro una sua duplice progettualità, l’una quella di avere una persona che va rispettata come tale e, l’altra, quella di essere portatore di una progettualità cosmica che nulla ha a che vedere con i bisogni riproduttivi della specie umana e tanto meno  con i bisogni e con i progetti del padre e della madre…

 

   Se non ci fosse la ferita e ci fosse solo la  bellezza della vita, la vita diverrebbe statica e immobile, imbalsamata al godimento effimero della bellezza…

    Se c’è la ferita, l’uomo è costretto a rientrare nel buco nero dell’utero materno per cercare le ragioni della sua ferita; ma mentre si cala negli abissi del dolore e della rabbia, del gelo e del vuoto, egli può diventare capace di una trasformazione artistica di sé e del mondo conosciuto e acquisire i mezzi per approdare in un nuovo universo, qual è quello della creazione della bellezza seconda…”*

  John, impara ad entrare a rivisitare il vuoto ed i suoi buchi interni, e sceglie  con dolore ed arte a creare con saggezza un modello di amore che supera la scelta abbandonica.(Vedremo come!)

 (* A. Mercurio, Cap.III -Principi di antropologia prenatale, in Teoremi ed assiomi della Cosmo-Art, op.cit, pp.76-79 )

 

1.      IL Conio intracosmico (Nella vita intracosmica).

 Scelte per conoscersi e darsi un’anima. Superare i veleni della vita e crescere nella propria consapevolezza creativa. Individuarsi come Persona, secondo i valori portanti del Sé:  Libertà, Verità, Bellezza, Amore. Imparare ad attraversare il dolore, con arte e saggezza.

    John incontra Savannah ed istintivamente risponde con generosità a recuperare la borsa caduta in mare (quasi un simbolo del recupero della bellezza della vita per non disperderla a causa della rabbie interne) > a)Sentire con l’istinto; nel prosieguo dell’innamoramento l’inizio dell’amore come progetto è simbolizzato nella sua scelta di partecipare alla costruzione della casa, che Savannah aveva promosso per aiutare i bambini autistici> b)Sentire con la ragione; la promessa del ritorno e del rincontro dopo la guerra, per costruire la vita insieme >c) Sentire col cuore.

 L’unificazione delle tre modalità di riposte interne (istinto –ragione –cuore) racchiude la possibilità d’unificare gli opposti per un vero progetto d’amore.

  Ma la strada che entrambi (John e Savannah) dovranno percorrere è dolorosa, in quanto la vita li pone a compiere delle scelte in cui il concetto d’amore viene messo continuamente in discussione.

    “ … Due settimane sono state sufficienti per innamorarsi, ora staremo lontani per un anno … Voglio sapere tutto e noi staremo insieme, fammi sapere che fai con ogni mezzo (lettere, appunti, telefono, e-mail, etc … ) ”, così dice Savannah a John.

   Ma la vita è imprevedibile e l’ 11 Settembre 2001 trova John in servizio con l’esercito, l’attacco alle Torri Gemelli di New York lo pone a compiere una nuova scelta: “… Cosa devo fare ? ”, chiede John a Savannah…

    E John sceglie con responsabilità di restare ancora per qualche tempo con l’esercito; confermando la ferma militare viene spedito in Afganistan ed affronta più volte il dolore della guerra interna ed esterna…

 

 

 Il dolore è una forza cosmica, dice la Cosmo-art.

 

 

 

 Bisogna  imparare ad attraversarlo con l’ausilio delle altre forze cosmiche (l’ Arte e la Saggezza) per imparare a costruire, o meglio a creare, una nuova bellezza, al di là della morte.

 Nell’angosciosa missione afghana John conosce la sofferenza ed il dolore, anche quello della lontananza di Savannah; quando viene ferito si rende conto che i due buchi delle ferite, che i proiettili gli hanno procurato,  sono comparabili ai buchi interni del suo vissuto primario.

 

   E’ l’immagine, con cui il regista inizia la narrazione, quasi a simbolizzare che è in quell’esperienza dolorosa  -nella vita intracosmica-  che  il “caro John”, ancora una volta sceglie con consapevolezza, rientrando nell’utero abbandonico e ricombattendo una guerra, per  imparare a perdonare la madre -il padre- se stesso e poi anche Savannah.

   Come una pugnalata al cuore, sulle ferite ancora sanguinanti, riceve la notizia che Savannah ha scelto di sposare un altro e che non lo aspetterà più: ancora una volta  si ripete l’abbandono dell’oggetto d’amore e a John non resta altro che  scegliere di  confermare la ferma per restare in servizio con l’esercito (un utero di fatica e sofferenza, l’unico che lo riconosce, per tentare di sopravvivere e ricercare un nuovo progetto, anche se sempre minacciato di morte).

    “… Sono una moneta dell’esercito americano, coniato nel 1980 ….Sono stato un tondello di metallo poi stampato e pulito, poi bordato e levigato, ma ora sono una moneta con due fori. ..” , ripete a se stesso prima di perdere conoscenza e ripensa alla collezione di monete del padre ed a Savannah.

 

 

 

 

 

 

 

TUTTO SU MIA MADRE (TODO SOBRE MI MADRE ) di Pedro Almodòvar

INTERPRETI E PERSONAGGI: Cecilia Roth (Manuela), Penélope Cruz (Rosa), Marisa Paredes (Huma), Antonia San Juan (Agrado), Candela Peña (Nina), Rosa María Sardá (Madre di Rosa), Eloy Azorín (Esteban), Toni Cantó (Lola), Carlos Lozano (Mario), Fernando Fernán-Gómez (Padre di Rosa), Fernando Guillén (Attore).

GLI ARCHETIPI PRINCIPALI NELLA FILMOGRAFIA DI PEDRO ALMODOVAR
*****
>Il fanciullo (divino) abbandonato e solo con la madre ( archetipo del fanciullo)
>La fanciulla (kore) rapita e/o violentata, sola con la madre (archetipo della kore)

A. Tematica principale: il ruolo della madre(grande madre) nelle sue varie sfaccettature.
1. ( Madre oblativa-donativa).
2. ( Madre strumentale-distruttiva).
B. Tematica principale: il ruolo paterno nella sua assenza e trasformazione.
1. ( Padre assente ed abbandonico).
2. ( Padre strumentale- distruttivo ).
C. Tematica principale: dal sado-masochismo all’autoironia per esorcizzare il dolore.
1. L’autoconsapevolezza come strada per attraversare il dolore.
2. La coralità (tutta al femminile) per lenire il dolore e creare bellezza.

I principali archetipi mitici a cui si può far riferimento nei film di Almodovar.
>Archetipo del FANCIULLO(divino) >Archetipo della Fanciulla (KORE)
Per introdurvi al concetto di archetipo vi riporto a qualche precisazione meta psicologica, affinché possiate incominciare a familiarizzare con tale impostazione
“ Def. di Inconscio collettivo
Oltre alla nostra coscienza immediata, che è di natura del tutto personale e che riteniamo essere l’unica psiche empirica (anche se vi aggiungiamo come appendice l’inconscio personale), esiste un secondo sistema psichico di natura collettiva, universale e impersonale, che è identico in tutti gli individui. Quest’inconscio collettivo non si sviluppa individualmente ma è ereditato. Esso consiste in forme preesistenti, gli archetipi, che possono diventare coscienti solo in un secondo momento e danno una forma determinata a certi contenuti psichici.

Def. di Archetipo
Dall’etimologia greca archè (inizio, origine, principio) e typos (sigillo, impressione, conio) il concetto rimanda a qualcosa che è stato impresso nell’anima da un fattore che lascia l’impronta.
Se definire il concetto d’inconscio collettivo è per Jung relativamente facile non altrettanto si può dire riguardo al concetto di archetipo.
Archetipo è un termine già usato presso gli antichi (Filone di Alessandria, Ireneo, Dionigi l’Areopagita) che Jung riprende e trasforma gradualmente.
In un primo tempo l’archetipo è visto come contenuto dell’inconscio collettivo, frutto della sedimentazione delle esperienze ripetute dall’umanità nel corso dei millenni, immagini primigenie simili alle idee eterne platoniche. Esse sono da Jung fatte risalire ad un periodo in cui la coscienza ancora non pensava ma percepiva: forme eterne e trascendenti.
In un secondo momento Jung sottolinea maggiormente gli aspetti formali e strutturali dell’archetipo a scapito di quelli contenutistici. L’archetipo non è più visto come un contenuto dell’inconscio collettivo bensì una forma senza contenuto. Non un comportamento ma un modello di comportamento. Non si tratta dunque tanto di “rappresentazioni” ereditate quanto di possibilità ereditate di rappresentazioni. Fra l’altro non dobbiamo dimenticare che essendo l’archetipo una manifestazione dell’inconscio (collettivo), la coscienza ne può avere soltanto una conoscenza indiretta. Anzi, l’atto conoscitivo stesso modifica l’archetipo.

Scrive Jung a proposito:
L’archetipo rappresenta in sostanza un contenuto inconscio che viene modificato attraverso la presa di coscienza e per il fatto di essere recepito, e ciò a seconda della consapevolezza individuale nella quale si manifesta.
Scrive Jung:
“…Nessun archetipo è riducibile a semplici formule. L’archetipo è come un vaso che non si può svuotare né riempire mai completamente. In sé, esiste solo in potenza, e quando prende forma in una determinata materia, non è più lo stesso di prima. Esso persiste attraverso i millenni ed esige tuttavia sempre nuove interpretazioni.”
( Da IL CODICE SIMMETRICO E LA COSMO-ART, di Enrico G. Belli, Cinpsy Edition, 2011, p. 31. )

Se questa precisazione vi ha consentito comprendere che un archetipo, in definitiva, è una pura dinamica dell’umano che è persistente nell’evoluzione e cambia in immagini e rappresentazioni nei millenni, ma è sempre viva come potenzialità operativa, ora cercherò d’introdurvi all’archetipo del fanciullo e della fanciulla, così come vengono rappresentati nei film di Almodovar.

1. IL TEMA DEL FANCIULLO (nella variante del giovane), che viene ferito o muore, è l’archetipo primario fin dai suoi esordi presentato in varie situazioni: a volte è un giovane esposto a pericoli, spesso figlio problematico, a volte omosessuale (Che ho fatto per meritare questo -1984); a volte ha tentato di sfuggire alla sua condizione diventando un trans o viene ucciso vittima di gelosie (La legge del desiderio-1986); molto spesso problematico drogato o malato di mente (L’indiscreto fascino del peccato-1983; Légami-1990); altre volte è un giovane problematico in preda a dinamiche distruttive (Carne tremula-1997); spesso è vittima precoce di desideri sessuali promiscui (La cattiva educazione- 2004); ma molte volte è presentato come vittima di incidenti ( Matador-1985; Il fiore del mio desiderio-1995; Tutto su mia madre-1999; – Gli abbracci spezzati -2009 ).

2. IL TEMA DELLA FANCIULLA (KORE), nella variante di giovane ragazza, è anch’esso un archetipo di base della filmografia di Almodovar: fin dagli esordi è la ragazza vittima di violenza sessuale, quando non diventa tossicomane e masochista ( Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze-1980; L’indiscreto fascino del peccato-1983; Legami-1990; Kika,Un corpo in prestito -1993; La pelle che abito -2011); spesso masochista frustata, diventa sadica assassina ( Che ho fatto io per meritare questo-1984; Tacchi a spillo-1991); di solito la giovane fanciulla da vittima incestuosa diventa a sua volta assassina (Volver…Tornare-2006 ); spesso è anch’essa vittima di incidenti ( Kika, In corpo in prestito-1993; Parla con lei-2004); a volte si nasconde nel corpo di un maschio e diventa trans ( La legge del desiderio-1996, Tutto su mia madre, 1999).

A. Tematica principale: il ruolo della madre nelle sue varie sfaccettature.
( Madre oblativa-donativa). ( Madre strumentale-distruttiva).
B. Tematica principale: il ruolo paterno nella sua assenza e trasformazione.
C. ( Padre assente ed abbandonico).( Padre strumentale- distruttivo ).
Tematica principale: dal sado-masochismo all’autoironia per esorcizzare il dolore.
3. L’autoconsapevolezza come strada per attraversare il dolore.
4. La coralità (tutta al femminile) per lenire il dolore e creare bellezza.

Il culto della Grande Madre risale al Neolitico e forse addirittura al Paleolitico, se si leggono in questo senso le numerose figure femminili steatopigie (cosiddette “Veneri”) ritrovate in tutta Europa, di cui naturalmente non conosciamo il nome.
Lungo le generazioni, con gli spostamenti di popoli e la crescita di complessità delle culture, le “competenze” della Grande Madre si moltiplicarono in diverse divinità femminili. Per cui la Grande Dea, pur continuando ad esistere e ad avere culti propri, assumerà personificazioni distinte, per esempio, per sovrintendere all’amore sensuale (Ishtar-Astarte-Afrodite pandemia-Venere), alla fertilità delle donne (Ecate triforme, come 3 sono le fasi della vita), alla fertilità dei campi (Demetra / Cerere e Persefone / Proserpina), alla caccia (Kubaba, Cibele, quindi Artemide-Diana).
Inoltre, siccome il ciclo naturale delle messi implica la morte del seme, perché esso possa risorgere nella nuova stagione, la grande dea è connessa anche a culti legati al ciclo morte-rinascita e alla Luna, che da sempre lo rappresenta (i più arcaici di questi riti sono riservati alle donne, come quello di Mater Matuta o della Bona Dea).
Ad esempio, nelle feste e nei misteri in onore del gruppo Demetra / Cerere-Persefone / Proserpina, il suo culto segna il volgere delle stagioni, ma anche la domanda dell’uomo di rinascere come il seme rinasce dalla terra.
L’evoluzione teologica della figura della Grande Madre (giacché nulla va perduto, nel labirinto della mitologia) venne costantemente rappresentata da segnali di connessione tra le nuove divinità e quella arcaica.
Finché le religioni dominanti ebbero carattere politeistico, un segno certo di connessione consisteva nella parentela mitologica attestata da mitografi e poeti antichi (ad esempio, Ecate è figlia di Gea; Demetra è figlia di Rea).

Altro carattere che permette di riconoscere le tracce della Grande Dea nelle sue più tarde eredi, è poi la ripetizione di specifici attributi iconologici e simbolici che ne richiamano l’orizzonte originario.

I compagni della Grande Madre [modifica]
L’universo cultuale della Grande Madre prevedeva anche, benché non sempre, figure maschili, inizialmente descritte come figure plurime o collettive (come i Dattili di Samotracia).
L’evoluzione di tali figure e la loro progressiva personificazione individuale sembrano confermare per sottrazione l’idea di un’origine matriarcale della civilizzazione, sia per la forte accentuazione di “figlio della dea” – e la dea rimanda alla Grande Madre, anche se ha un altro nome – che viene attribuita a talune divinità maschili particolarmente legate alla terra (Dioniso, per tutte); sia perché la modifica e l’individuazione in senso patriarcale del pantheon sono attestate in epoca relativamente tarda, quando gli uomini avevano preso coscienza della propria potestà generatrice; sia, infine, per il rapporto misterioso che corre tra la Grande Dea e il suo compagno, caratterizzato dall’essere minore di lei, per età e per poteri, e che spesso si presenta, almeno inizialmente, come una figura di giovane amante, assai simile ad un figlio (si veda in proposito la coppia Cibele-Attis).
Psicologia e simbolismo [modifica]

Lugansk, Ucraina (datazione ignota)
• Nella psicologia di Jung la Grande Madre è una delle potenze luminose dell’inconscio, un archetipo di grande ed ambivalente potenza, distruttrice e salvatrice, nutrice e divoratrice.
• In Erich Neumann, che più di tutti gli allievi di Jung dedicò i propri studi ai vari aspetti del femminile, l’archetipo della Grande Madre (tendenzialmente conservativo e nemico della differenziazione) è il principale ostacolo allo sviluppo del Sé individuale, che per conquistare la propria parte femminile deve sviluppare le proprie capacità di separazione ed autoaffermazione.
• Più in generale, la figura (o l’archetipo) della Grande Madre riappare non di rado nelle opere creative: dalla figura di Medea, che ha attraversato i secoli da Euripide a Pasolini, alla Regina della Notte del Flauto Magico di Mozart, a certe battute e immagini del cinema di Woody Allen.

In tutte le civiltà il ruolo della donna-madre rappresenta la principale dinamica archetipica su cui s’intrecciano destini e speranze, come emblema della vita che si rigenera continuamente.
Nella mitologia greca la prima donna madre significativa è quella di Rea, moglie di Crono-Saturno. Nel mito protegge il figlio Iuppiter (Giove) dal padre divorante(Crono).
Cfr.Grande Madre – Matrona – Protettrice (Giove – Hesediel)
Archetipo tradizionale tellurico della donna dispensatrice di vita e d’abbondanza, gestisce ed avvolge il nucleo familiare.
Caratteristiche: abbondanza, prosperità, nutrimento, fecondità, protezione Aspetti negativi: possessività, sarcasmo…
Altra figura significativa quella di Demetra, figlia di Giove, colei che distribuisce i doni della madre Terra; dai romani chiamata Cerere, per via della distribuzione dei cereali agli umani. Nel mito Demetra assume il ruolo della madre addolorata e sofferente, dopo il rapimento della figlia Persefone, da parte di Ade (il dio degli inferi).
Persefone (Kore-la fanciulla), figlia di Demetra, emblema mitico delle giovani donne esposte a pericoli di stupri e rapimenti, è anche insieme alla madre simbolo usato nei Misteri Eleusini ( Rinnovare la vita oltre la morte).
Altro archetipo, il fanciullo “divino” è raffigurato per lo più abbandonato (spesso dal padre); con cui la madre condivide l’abbandono e la solitudine.
Cfr. Oltre al Fanciullo, Kore-la fanciulla, archetipo mitico: esposta a pericoli vari, fino alla morte. Per approfondimenti leggere il Capitolo Secondo Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, pp. 42-54, in IL CODICE SIMMETRICO E LA COSMO-ART .