SCHEDE INTEPRETATIVE DEI FILM

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CINPSY INSTITUTE – Corso di Cinematografia Cosmoartistica (2011)

 

      CINPSY EDITION – Edizioni del “Calabria Institute of Psychotherapy

 

IPA.AEB. – “Istituto di Psicoterapia Analitica

e di Antropologia Esistenziale

Presentano per l’anno 2011  “Corso di Cinematografia Cosmoartistica” 

in  LABORATORIO DI  COSMO-ART

a Catanzaro- 29 gennaio 2011

  LA PRIMA COSA BELLA   (2010)                                                                               

 

                                                          REGIA: Paolo Virzì                                                 

 

SCENEGGIATURA: Francesco BruniFrancesco PiccoloPaolo Virzì

 

ATTORI: Valerio MastandreaMicaela RamazzottiStefania SandrelliClaudia Pandolfi,Dario BallantiniMarco MesseriAurora FrascaGiacomo BibbianiGiulia Burgalassi,Francesco RapalinoIsabella CecchiFabrizia SacchiSergio AlbelliPaolo Ruffini,Emanuele BarresiFabrizio BrandiMichele CrestacciBobo RondelliPaolo GiommarelliGiorgio Algranti

 

 

Una chiave di lettura cosmoartistica all’ultimo film di Paolo  Verzì (2010), un piccolo capolavoro della cinematografia italiana contemporanea.

 

(“La prima cosa bella”la riferiamo alla bellezza prima  della natura e alla  bellezza della vita, destinate  a deturparsi e -quando non repentinamente scompaiono con qualche evento drammatico- a morire lentamente per caducità dell’esistere).

Il dolore, come forza cosmica, è qui rappresentato nel divenire di una famiglia ed in particolare nel rapporto di coppia ed in quello madre-figli (uno in primo piano quella tra figlio e madre): dramma esistenziale trattato con leggerezza, ironia e profondità dal regista e dagli interpreti .

 

  1. CHIAVE DI LETTURA (filosofico-esistenziale)

 

IL DESTINO come “destinazione dinamica” -traguardo da raggiungere-  non  come ineluttabile stop al cammino dell’esistere.

 

“Qual è il nostro DESTINO, agiamo per andare verso, “rincorriamo una destinazione del nostro esistere”, la morte o l’immortalità?

Ma quale  morte o quale immortalità?

La Cosmo art ci indica una speranza di indirizzare l’agire “qui ed ora” alla creazione di un nuovo tipo di bellezza (LA BELLEZZA SECONDA), di una qualità artistica e spirituale che sappia mantenere intatta la sua forza (miscela di molte sintesi – con dolore e saggezza ingredienti basilari-) e capace di superare le barriere dello spazio-tempo per divenire immortale.

 Quanto questo interrogarsi sul DESTINO (come destinazione da conseguire) sia un bisogno dell’umanità fin dai primordi, lo sappiamo attraverso lo studio delle filosofie, delle religioni, delle poetiche artistiche e  mitiche e dell’incessante progredire delle scienze.

  La funzione escatologica del DESTINO, del nostro destinarci in senso dinamico, a livello ontogenetico (dove va la nostra vita?) proviene da ciò che siamo stati e dal come agiamo nel perpetuare ad agire alcune dinamiche esistenziali, sia in senso di evoluzione positiva, che (il più delle volte) a ripetere coattivamente dei copioni identici (coazioni a ripetere).

 Ecco perché per riflettere sul nostro destino, fin dai tempi dei presocratici e poi con Socrate, interrogare il DAIMON (demone-forza interna-Il Sé) equivale a riflettere sul nostro destino, un rimando, oltre alle riflessioni cosmo artistiche da approfondire nelle opere di Antonio Mercurio, possiamo trovarlo illustrato  in un famoso testo di J.Illman “Il Codice dell’anima”.

  Il “Conosci te stesso”, monito socratico, ci rimanda a considerare noi umani come “enti del possibile” (Antonio è solito ripetere di rendere possibile anche quello che sembra impossibile) via regia  in primis del nostro orientarci alla destinazione, comprendere ed assumerci le dinamiche che connotano il nostro destino.

 Tutto questo per non trovarci ineluttabilmente di fronte alla “Dike” (giustizia interna ed esterna-individuale e corale) con copioni precostituiti e ripetitivi (analisi e condanne verso noi stessi e gli altri), ma cogliendo la parte più importante dell’archetipo della Dike, che dice: “Noi siamo il possibile e possiamo decidere di agire verso una meta…”- libertà del destinarci- costruire il nostro destino, con tutto l’amore, la libertà , la verità e la bellezza possibili.

  In tempi più moderni, nella filosofia contemporanea, dopo le riflessioni di Nietzsche, con Heidegger “essere noi umani l’apertura” è una connotazione incisiva  per affrontare il presente esistenziale  nel “qui ed ora” e compiere il destino.

 Si pone dunque anche un superamento delle false idee sul  mito, come infinita fissità dinamica(che ci incatena ad un ripetersi verso la morte), e costruire altri miti vitali, capaci di creare bellezza nuova e tracciare vie  che possano condurci verso una possibile immortalità dell’essere.

 

 

2.   SECONDA CHIAVE DI LETTURA  ( Cosmoartistica-seguendo la narrazione del film “La prima cosa bella” di Paolo Virzì ).

 

Il film inizia con la scena dell’elezione di “miss mamma d’estate”, nel più popolare stabilimento balneare di Livorno: Anna, a sorpresa  viene scelta con il consenso generale, tutti l’ammirano e questo scatena maggiormente la già presente gelosia del marito Mario, alla presenza dei due figli piccolissimi Bruno e Valeria.

Bruno Michelucci (il figlio quarantenne) è infelice. In una scena del film chiederà alla madre , senza ottenere attenzione e nessuna risposta, – Perché sono tanto infelice?

Insegnante di lettere a Milano, introverso e masochista, si addormenta nel parco, fa uso di droghe e prova senza riuscirci a lasciare una fidanzata troppo entusiasta.

Lontano da Livorno, città natale, sopravvive ai ricordi di un’infanzia romanzesca e alla bellezza ingombrante di una madre estroversa, malata terminale, ricoverata alle cure palliative.

Valeria, sorella spigliata di Bruno, è decisa a riconciliare il fratello col passato e col genitore. Precipitatasi a Milano, alla vigilia della dipartita della madre, convince Bruno a seguirla a Livorno e in un lungo viaggio a ritroso nel tempo.

 

Prima riflessione.

Bruno e infelice e lamentoso (masochista), nel viaggio a ritroso si rivede da ragazzo sempre triste ed introverso.

Al quadretto familiare dobbiamo aggiungere la figura paterna” Mario” (anch’essa sado-masochista, possessiva e scostante), maresciallo dei carabinieri,  geloso della bella ed estroversa moglie, in lite perenne per le pretese narcisistiche della stessa…

 Secondo la metodologia cosmoartistica, di fronte all’infelicità di Bruno, dobbiamo ritornare a ritroso e supporre che quella madre che non ha saputo dare ascolto ed attenzione al suo dolore di figlio quarantenne  è la stessa che , con atteggiamenti analoghi, l’ha portato nel grembo.

 Sappiamo quanto le rotture interne di un distacco simbiotico positivo(nel vissuto intrauterino) siano deleterie per lo sviluppo del feto, prodromi per lo sviluppo di un Io fetale lamentoso ed infelice, che pretende quantomeno di esser riconosciuto (pur attuando meccanismi che perpetuano al rifiuto-coattivo), che svilupperà invidia(primo odio interno), volontà suicida ed omicida, masochismo.

 Questa infelicità (dolore vivo di un inconscio non rimosso), raccordano una simbiosi positiva più volte violata o quanto meno di ripetuti inganni e disinganni.

 Se vogliamo raccordarlo al vissuto di Ulisse, nella rivisitazione del mito omerico, noi sappiamo da altre fonti che la  madre l’aveva concepito con l’inganno, in quanto il nonno Autolico aveva offerto la giovane Anticlea (madre di Ulisse) all’amico-compagno Sisifo, per compensarlo del furto-inganno delle giovenche. Sembra, in questa versione del mito, che il giovane innamorato Laerte non sia  però stato ingannato, ma che  avesse accettato ed accolto come suo il figlio in grembo dell’amata.

 Bruno a livello personale non porta tale trauma reale, in quanto più volte nel film ricorda i vissuti di riconoscimenti di una parte paterna, per quanto violenta e castrante, chiara nelle sue velleità di genitore che vorrebbe sottrarlo alla madre, considerata inidonea a crescere i figli!

 Il figlio, più della sorella, è avvelenato, anche se ammaliato dalla madre seduttiva che lo imprigiona a non sviluppare un rapporto di coppia continuativo, incapace di godersi la vita, pur conservando tracce positive di un’identificazione primaria con la madre (la poesia come espressione narcisistica!)

 Ma questa madre, nel film Anna (interpretato dalla Ramazzotti da giovane e dalla Sandrelli da adulta), pur nei limiti delle sue dinamiche, ha conservato anche negli anni della sua sofferenza oncologica quei tratti di spensieratezza giovanile (canto e ballo).

Un tratto della sua “reverie”, del saper narrare nei momenti di dolore con una gioiosità ammaliante, quasi a compensare la trasformazione dei pensieri beta (negativi delle minacce e dell’abbandono paterno) con quelli alfa, secondo la lettura di Bion, che ha permesso a lei ed ai figli di non disgregarsi del tutto.

 

Osservazione  personale.

Anche nella mia storia personale ho vissuto dei momenti di forte contrasto tra mio padre e mia madre, soprattutto per quelle manifestazioni di gelosia di mio padre, abbastanza presenti.

 Li vedevo, per parafrasare un certo loro comportamento come Richard Barton ed Elisabeth Taylor, pur non inscenando situazioni  teatrali simili a quelle del film (la Presila calabrese, negli anni ’50-’60, non era Livorno): ma nei momenti più dolorosi anche mia madre sapeva  sdrammatizzare e infondere speranza…

Le scene più dolorose comunque le vivevo quando mio padre ritornava brillo e cercava la lite con un pretesto; altre volte -quando le rogne non si sviluppavano- era lui che ci incoraggiava a seguirlo nel canto corale (canzoni in dialetto bergamasco, apprese suppongo dal nonno-suo padre nel lavoro dei minatori).

Anch’io laureato(in primis) in Lettere e Filosofia (come il personaggio del film) penso d’aver avuto un vissuto intrauterino ammaliante e seduttivo, molto arrabbiato con mio padre a cui attribuivo maggiori responsabilità nel favorire e mantenere la conflittualità di coppia, anche se con gli anni ho compreso alcuni tratti caratteriali di mia madre che la favorivano.

Per quanto riguarda il mio sviluppo intrauterino vengo concepito in un utero che aveva già procreato, ma che aveva subito la perdita della primogenita  alcuni mesi dopo la nascita, nel 1946 la mortalità infantile era ancora alta nel Sud-Italia!

L’alleanza con la madre ammaliante seduttiva ha costituito una costante della mia adolescenza-giovinezza, con esiti simili al personaggio di Bruno Michelucci (nel film interpretato da Valerio Mastandrea): fidanzamenti brevi e fastidio quando le cose diventavano più pressanti e serie, con desiderio di mollare ed allontanarmi (come ubbidienza inconscia alla madre possessiva e ammaliante).

In questi  ultimi tempi sto percependo sempre più la mia pulsione omicida verso mia madre (o meglio la volontà di dare la morte a quell’alleanza possessiva e strumentale), tale meccanismo l’ho esteso anche alle mie sorelle, che vedo come parti fameliche e divoranti: in tutti questi anni mi sono fatto usare, senza ricevere veri riconoscimenti affettivi (con la mia complicità e sviluppo di atteggiamenti masochistici…).

 

Sul piano della percezione sto mantenendo le distanze e mi sento tradito nella fiducia per fatti realmente subiti, anche se penso siano mantenuti attivi ed ingigantiti dall’alleanza inconscia con il mio Io fetale; sento di aver ritirato parte del trasporto affettivo investito (l’amore lo sento congelato ed inacidito-suppongo sia quello strumentale-non mi fido più di tanto!).

 Da questo meccanismo finora ho salvato mio fratello, che voglio preservare e non confonderlo con le parti femminili: salvando la mia parte maschile posso pian piano ricontattare la parte  femminile, quella accogliente e non strumentale… Sto imparando a perdonarmi e a lei (mia madre) ho precisato esplicitamente che posso perdonare se vedo riparazioni reali e non falsamente maniacali (far finta di riconoscere le sue responsabilità, mantenendo in effetti  gli stessi atteggiamenti di fondo).

Il dinamismo è in fase di assunzione e riconoscimento, si spera in processi riparativi e di riconciliazioni reali su base più adulta e di  rispetto, per ristabilire la fiducia…

(…)

La visitazione nella clinica (centro di ricovero ed assistenza per malati terminali) dove è in cura Anna porta Bruno a rivivere rievocando i fatti della vita della sua famiglia, con al centro la figura di questa madre bellissima ed esuberante, seduttiva e masochista (anche lei), moglie di un padre (maresciallo dei carabinieri) possessivo-geloso-scostante, molto sadico, con cui è in lite permanente fino alla separazione di fatto.

Mario conviverà con la sorella di Anna(la zia Leda), che si era sentita tradita da lei in quanto (con la sua bellezza seduttiva) le aveva sottratto il partner sposandosi con lui.

Nonostante ciò, Anna  -con i suoi atteggiamenti seduttivi e a volte puerili- si accompagnerà ad altre figure maschili senza mai concedersi, riprendendo  di tanto in tanto rapporti saltuari ed incontri erotici col partner …

(Significativa la scena di sesso a cui assiste il ragazzo –Bruno, che riconosce nell’amante il padre che poi insegue e saluta!)

Anna, nella  pretesa di sembrare  la mamma più premurosa e bella, si espone a figure meschine e tragicomiche, è insieme amata e invisa (odiata) dal figlio, che ripudia il candore scandaloso della madre trovando rifugio senza  pace nella fuga.

 

 

 

RIFLESSIONE COSMOARTISTICA

 

 Il fallimento della rimozione, col ritorno a Livorno e l’incontro con  la madre malata terminale, pone Bruno (e la sorella Valeria) ad interrogarsi, con ironia e malinconia, a capire i meccanismi di identificazione con questa donna, che mantiene (e questo è un lato positivo) la vitalità  e la voglia di vivere, anche se molto centrata su se stessa nonostante le preoccupazioni velate verso i familiari  e i figli in particolare.

La scena del ballo con l’orchestrina al parco, con  cui Anna trascina il figlio è emblematica, in quanto mentre Bruno confessa la sua infelicità, la madre sembra non sentire, non  capire…

Questo fa precipitare il figlio a comprendere quanto deve imparare a perdonare la madre per il sottostante egoismo, nonostante l’avvolgente e sincero coinvolgimento affettivo, a cui era stato sottoposto nel corso della vita e che ne avevano limitato il coinvolgimento autentico con gli altri  (sviluppando atteggiamento scorbutico e  freddo come difesa).

 

Nella narrazione della storia, di fronte a tali psicodinamiche tutti i personaggi vanno verso il loro DESTINO, ancora prima della ripartita di Anna.

Il cancro, che sta portando alla fine la protagonista, madre e moglie ambivalente per quanto autentica e sincera ci mostra alcuni tratti di superamento del suo narcisismo-egoistico: si era prestata a portare a termine una gravidanza per donare un figlio ad una coppia sterile, rivelazione che avverrà quasi a conclusione della narrazione!

 (…)

Ancora prima del finale, dove ogni personaggio si dirige verso il proprio DESTINO, la narrazione ci offre alcuni fatti emblematici che illustrano le psicodinamiche di base nella coralità della famiglia allargata.

Il padre e la zia, prima lui e poi lei , muoiono prematuramente. Lo svelamento ed il riconoscimento, da parte dei fratelli, del terzo figlio di Anna (Cristiano) avviene in occasione di un evento dinamicamente vitale che precede la morte di Anna.

Loredano Nesi (detto Doriano), affettuoso e altruistico personaggio, (il portiere dello stabile, vero amore segreto per la  protagonista) sposa in fin di vita Anna, all’evento partecipa tutta la coralità della famiglia allargata.

Valeria trova  il coraggio di svelare il suo amore verso il suo datore di lavoro(Roberto Vallesi), lasciando di stucco il marito (Giancarlo) e figli, rivelando la sua identificazione positiva con l’autenticità espressiva della madre.

Bruno, povero e ignoto (autodefinizione del personaggio), riprende il progetto di coppia con la fidanzata Sandra e finalmente si decide di fare quel bagno liberatorio a mare, quasi simboli di una nuova discesa in un liquido amniotico finalmente più salutare e vitale: la riappacificazione con la propria storia familiare coincide  anche con la rappacificazione tra lui e la città di Livorno ed il rinnovato progetto di coppia.

 

(…)

 

 

 

Il cancro, riflessione psicodinamica e psico-oncologica, in un’ottica cosmoartistica e psicosomatodinamica.

 

(Dedicata alla memoria del maestro Federico Navarro, psichiatra-fondatore della S.E.Or.”Scuola Europea di Orgonoterapia”- formatosi con Ola Rakness-allievo di  W.Reich).

 

 

Secondo la Cosmo Art, attraverso le riflessioni di Antonio Mercurio, sappiamo come tutti noi siamo divorati dai veleni interni (odio interno) con i suoi connotati di invidia, yubris (tracotanza e sfida onnipotente alla vita), volontà omicida e volontà suicida, sado-masochismo (la perversione più diffusa nell’umano!).

  W. Reich, geniale ed eretico scienziato, medico-psicoterapeuta (inventore della orgonoterapia), aveva offerto fin dalla prima metà del ‘Novecento brillanti ipotesi sulla possibile insorgenza del cancro.

La biopatia del cancro costituisce la seconda parte de La scoperta dell’orgone.

 La prima parte è “La funzione dell’orgasmo”.

 In questa indagine scientifica Reich giunge alla conclusione che il “cancro è l’espressione somatica più significativa dell’effetto biofisiologico della stasi sessuale”. Se è così, esiste una possibilità molto più grande per la prevenzione del cancro che non per il suo trattamento.

 (Cfr. La biopatia del Cancro, W. Reich. Ed. Sugarco, Milano, 1986).

 

Noi sappiamo, dalle ricerche in corso, che esistono diversi tipi di cellule tumorali.

 

Negli ultimi decenni, pochi virus (ma non batteri) hanno dimostrato di provocare alcune forme di cancro. Retrovirus infezione da HIV (il virus dell’AIDS) possono portare al cancro attraverso la distruzione del sistema immunitario. Alla fine del 1970, quando l’HIV è stato introdotto nella popolazione gay degli Stati Uniti l’epidemia improvvisa di un raro tumore precedentemente chiamato il sarcoma di Kaposi. I medici sospettano che gli omosessuali sono stati diffusori di un virus che causa il cancro. In seguito, si è constatato che l’HIV non causa direttamente KS, e la causa esatta di questo cancro non è ancora noto…

 

Gli scienziati all’avanguardia della ricerca sul cancro ora tendono a considerare il cancro una malattia genetica. Secondo Richard D. Klausner, il nuovo direttore del National Cancer Institute, analizza tutte le cellule del corpo costantemente per scoprire gli errori di scansione genetica e  i danni causati da fattori ambientali, come il fumo. 

Queste cellule sono presumibilmente programmate per uccidere se stesse quando trovano qualcosa di sbagliato. Klausner ritiene che la chemioterapia ha funzionato, non perché abbiamo dato un agente velenoso che ha ucciso cellule cancerose, ma perché ha innescato le cellule tumorali a suicidarsi.”

 

(Da, “Il cancro Conspiracy” di Alan Cantwell jr., Farrar, Straus and Giroux, New York, 1994).

 

 

 

Cos’è il cancro? Che cosa provoca il cancro?

Il cancro è una classe di malattie caratterizzate da out-of-la crescita delle cellule di controllo. Ci sono oltre 100 diversi tipi di cancro, e ciascuno è classificato in base al tipo di cellula che è inizialmente influenzata.

Il cancro danneggia il corpo quando le cellule danneggiate cominciano a  dividersi in maniera incontrollata per formare grumi o masse di tumori del tessuto chiamato (tranne nel caso di leucemia in cui il cancro vieta la funzione normale del sangue)  divisione delle cellule anormali nel sangue. I tumori possono crescere e interferire con i sistemi digestivi, nervosi, circolatori, e possono rilasciare ormoni che alterano la funzione del corpo. I tumori che stanno in un posto e dimostrano una crescita limitata sono generalmente considerati benigni.

Più pericolosi, o maligni, i tumori si formano quando si verificano due cose:

  1. una cellula tumorale riesce a muovere tutto il corpo utilizzando i sistemi di sangue o di linfa, distruggendo il tessuto sano in un processo chiamato invasione;
  2. che la cella riesce a dividersi e crescere, facendo nuovi vasi sanguigni per nutrirsi in un processo chiamato angiogenesi.

Quando un tumore si diffonde con successo in altre parti del corpo e cresce, invadendo e distruggendo altri tessuti sani, si dice che abbia metastatizzato. Questo stesso processo è chiamato metastasi, e il risultato è una grave condizione che è molto difficile da trattare.

 

Nel 2007, il cancro ha costato la vita a circa 7,6 milioni di persone nel mondo. I medici e ricercatori specializzati nello studio, diagnosi, trattamento e prevenzione del cancro sono chiamati oncologi.

 

Che cosa provoca il cancro?

Il cancro è in definitiva il risultato di cellule che crescono in maniera incontrollata e non muoiono . Le cellule normali del corpo seguono un percorso ordinato di crescita, divisione e morte. La morte cellulare programmata è chiamata apoptosi, e quando questo processo si rompe, il cancro comincia a formarsi. A differenza delle cellule normali, nelle cellule tumorali non si verifica la morte programmatica e invece continuano a crescere e dividersi. Questo porta ad una massa di cellule anomale che cresce fuori controllo.

Geni – il tipo di DNA

Le cellule possono sperimentare una crescita incontrollata se ci sono danni o mutazioni al DNA e, quindi, danni ai geni coinvolti nella divisione cellulare. Quattro tipi principali di geni sono responsabili del processo di divisione cellulare: gli oncogeni indicano quando le cellule iniziano a dividersi; i geni oncosoppressori indicano alle cellule di non dividersi; il suicidio di controllo dei geni dell’apoptosi è spingere la cellula di uccidere se stessa se qualcosa va storto; i geni per  la riparazione del DNA  istruiscono una cellula a  riparare il DNA danneggiato.

Il cancro si verifica quando le  mutazioni del gene di una cellula non sono in grado di correggere il danno al DNA e restano incapaci di commettere suicidio. Allo stesso modo, il cancro è il risultato di mutazioni che inibiscono la funzione dei geni oncogeni e oncosoppressori, con conseguente crescita cellulare incontrollata.

Sostanze cancerogene

Quelle cancerogene sono una classe di sostanze che sono direttamente responsabili di  danneggiare  il DNA, promuovendo o favorendo il cancro. Tabacco, amianto, arsenico, radiazioni come i raggi gamma e raggi X, il sole, e gas di scarico sono tutti esempi di sostanze cancerogene. Quando i nostri corpi sono esposti ad agenti cancerogeni, i radicali liberi che  si formano  tentano di rubare elettroni da altre molecole del corpo. Queste danneggiano le cellule con i   radicali liberi e  la loro capacità di funzionare normalmente.

Geni – il tipo di famiglia

Il cancro può essere il risultato di una predisposizione genetica che viene ereditata dai membri della famiglia. Si può nascere con alcune mutazioni genetiche o di un difetto in un gene che rende statisticamente più probabile la predisposizione di sviluppare il cancro più tardi nella vita.

 

 

 

I VELENI ESISTENZIALI ( veri cancri dell’umano) – RIFLESSIONE COSMOARTISTICA (Dedicata al maestro Antonio Mercurio).

 

a)     LA SEDUTTIVITA’ (con i suoi meccanismi divoranti e strumentali) erede dell’incesto intrauterino in una simbiosi strumentale tra madre e figlio/a.

Perché questo avvenga e si situi (incestandosi) non si può attribuire unicamente alla donna-madre tutta la responsabilità del caso, quasi sempre insieme alle responsabilità materne c’è una corresponsabilità dell’uomo-padre, quando non assente fortemente reattivo e scontroso che non si pone positivamente come scudo vitale protettivo fin dal vissuto prenatale, restando concorrente coi figli a rimanere nell’incesto con l’illusione di possedere la donna-madre.

Nel film questa psicodinamica è presentata fin dalle prime scene con il concorso di bellezza estiva nello stabilimento balneare di Livorno, Anna è bella e seduttiva (in verità anche un po’ seducente): con la sua vittoria scatena la gelosia di Mario(il marito) e quella del figlioletto Bruno, mentre la figlia Valeria resta incantata e incatenata all’identificazione con la parte seduttiva della madre.

Da questa illusione seduttiva, complice la sua prorompente bellezza, Anna  coltiva in maniera impropria il suo bisogno di affrancarsi-individuarsi come Persona, incapace di reagire alla riottosa gelosia del marito; restano illusori tutti i suoi tentativi di affermarsi veramente come: figurante cinematografica, cassiera, segretaria, etc…

Non riesce ad individuarsi veramente, affrancarsi da un rapporto sado-masochistico con Mario, continuando a sedurre (per suoi bisogni strumentali) altri partners, ma restando sempre carnalmente e sessualmente fedele al marito ed ai figli.

 Gli esiti che la narrazione ci mostra sono disastrosi e fortemente distruttivi, con meccanismi sado-masochistici, che creano scissioni dettati dalla rabbia(a volte) incontrollata.

 

 b)     IL SADO-MASOCHISMO (con i suoi meccanismi schizo-paranoici, incatena l’uomo e la donna nella perversione più diffusa dell’essere umano).

Nel film i vari personaggi, vittime e carnefici, di comportamenti  auto ed etero distruttivi, vanno incontro a destini differenti: alcuni (le vecchie generazioni), incapaci di sciogliere completamente le loro complicità e riconoscere le proprie menzogne esistenziali, vanno incontro ad esiti mortali; altri (le nuove generazioni) sviluppano capacità di riconoscere ed assumersi la necessità di uscire da certi meccanismi, superando  lentamente l’odio interno con i suoi esiti di rabbia, invidia, volontà suicida ed omicida,etc…

La posizione schizo-paranoide, come descritta da Melania Klein, viene situata nei primi mesi dello sviluppo neonatale: il seno materno come prototipo archetipo e reale della necessità di un mantenimento in una simbiosi positiva, viene vissuto come buono e cattivo (a seconda dei meccanismi presenti in tutti i componenti della triade-madre-padre-figlio/a).

L’invidia (primo odio preedipico) e la gelosia (odio edipico), sono da riconoscere, secondo la chiave di lettura cosmoartistica nel VISSUTO PRENATALE, anch’essi frutto da interazioni non positive nella triade, in cui troneggia l’Io fetale.

Anche la paranoia (tra invidia e gelosia), fino ad esiti deliranti e psicotici, è frutto di un agire non chiaro, frutto di menzogne e strumentalizzazioni reciproche nella triade; il superamento di questi meccanismi farorisce i processi di crescita ed individuazione dell’Io Persona di ognuno, fino ad esiti creativi e vitali…

Oltre alla magistrale lettura di Antonio Mercurio in Ipotesi su Ulisse, alcuni di questi meccanismi sono illustrati da Ignacio Matte-Blanco, L’inconscio come insiemi infiniti, che partendo da alcune indicazioni kleiniane, arriva  ad individuare i meccanismi primari dell’atto creativo, nel processo di individuazione e di crescita.

(Cfr. Una sintesi comparativa  a riguardo è presente  in Il Codice Simmetrico e la Cosmo Art, di Enrico G.Belli).

 

 

c)      IL CANCRO (Ipotesi come falsa risposta all’immortalità del corpo-falsa risposta ai meccanismi divoranti- le cellule tumorali divorano il corpo e  lo illudono nella falsa immortalità).

 La bellezza prima (quella  del corpo) è mortale ed a niente sono valsi i tentativi di renderlo immortale (es. mummificazione), né l’odierna ibernazione, né la cybernetica (cyberman),  sembrano favorire sostanzialmente una qualche speranza.

 

 

 

 

 

 

 

Scoperta meccanismo immortalità cellule tumorali

 Passo fondamentale nella lotta al cancro

Svelata dagli scienziati del campus Ifom-Ieo di Milano la strada per eliminare le cellule staminali del cancro, le vere responsabili dell’inguaribilità della malattia. I ricercatori guidati da Pier Giuseppe Pelicci, direttore scientifico del dipartimento di oncologia sperimentale dell’istituto europeo di oncologia (Ieo) e docente di patologia generale all’università di Milano, hanno scoperto come le cellule staminali del cancro diventano immortali. Sono gli stessi oncogeni, i geni che innescano il processo tumorale, che impediscono alle staminali di invecchiare, mantenendo intatta la loro capacità di formare nuovo tessuto, il tumore. In pratica le cellule madri del cancro si replicano più lentamente delle altre per avere il tempo di riparare i danni. E così facendo diventano virtualmente immortali. La scoperta si è guadagnata le pagine della prestigiosa rivista Nature.

 

” I farmaci attuali - spiegano, in una nota, gli oncologi che hanno lavorato al progetto – sono diretti contro le altre cellule tumorali, le figlie. Questa scoperta apre la via all’altra fase della cura, mirata a colpire le cellule staminali da cui originano, dunque le madri». Nuovi farmaci con questa funzione sono già in sperimentazione clinica sull’uomo: «Nei prossimi 5-10 anni – assicurano gli scienziati – potrebbero diventare disponibili, per alcune forme di tumore».

   La ricerca è stata effettuata in collaborazione con l’università degli Studi di Milano.
«Già sapevamo che, a differenza delle normali cellule staminali dei tessuti che invecchiano e muoiono, le staminali del cancro sono immortali e mantengono indefinitamente la loro capacità d’automantenersi e di generare cellule tumorali. Ma – spiega Pelicci – non sapevamo perchè. Come fanno le staminali del cancro a evadere il processo fisiologico dell’invecchiamento e della morte alimentando all’infinito il tumore?», chiede provocatoriamente il ricercatore che ha trovato la risposta al quesito.

Il team ha infatti scoperto che «gli stessi geni responsabili di uno specifico tipo di tumore, nel caso dello studio della leucemia mieloide acuta, sono anche la causa diretta dell’immortalità delle cellule staminali. Questo effetto – ammette – era del tutto inatteso, perchè si sapeva che le cellule del nostro organismo si difendono dagli oncogeni attivando un processo d’invecchiamento precoce, la senescenza, o addirittura di morte, cioè l’apoptosi». Ma questa procedura di difesa, hanno osservato i ricercatori, non si attiva nelle cellule staminali.

 

«Le cellule staminali, infatti, sopravvivono all’oncogene e non smettono di funzionare». 
«Le normali cellule staminali dei nostri tessuti – interviene Andrea Viale, uno degli autori della scoperta – accumulano nel tempo danni a carico del loro genoma, smettono di funzionare e quindi muoiono.

 Nel caso delle staminali del cancro, sono gli oncogeni a renderle invece immortali aumentando le loro capacità di riparo del danno genomico.

In questo modo le cellule staminali leucemiche non invecchiano e continuano  ad alimentare, indefinitamente, la leucemia». Gli scienziati hanno scoperto che gli oncogeni facilitano la riparazione del genoma, e quindi l’immortalità delle cellule staminali, provocando l’attivazione di un gene: il p21). Questo, proseguono, rallenta la proliferazione delle cellule staminali, lasciando loro più tempo per riparare il genoma danneggiato. In sostanza, le cellule staminali della leucemia non invecchiano perchè proliferano poco. 
Infatti, straordinariamente, quando l’èquipe di Pelicci ha tolto il gene p21 dalle leucemie, ha visto le cellule staminali proliferare di più, accumulare danni al genoma e quindi morire. E con loro anche la leucemia. Questi risultati forniscono una rappresentazione nuova dei tumori. Essi sono formati da rarissime cellule staminali – che proliferano poco – e da tante cellule figlie che, come già sapevamo, proliferano molto.

«Tutto questo - affermano i ricercatori italiani – ha una grande implicazione per il trattamento dei tumori: le terapie anti-tumorali disponibili, infatti, colpiscono principalmente le cellule proliferanti, e sono quindi poco, o per nulla, efficaci sulle cellule staminali del cancro.

Occorre quindi trovare terapie che agiscano sulle staminali. E ora la strada è segnata». 
«La nostra scoperta – commenta Pelicci – definisce un metodo per eliminare le cellule staminali del cancro: bloccare i loro sistemi di riparazione del genoma. In questo modo, infatti, le cellule staminali del cancro accumuleranno danno genomico, invecchieranno e moriranno, come fanno normalmente le cellule staminali dei nostri tessuti. Nuovi farmaci che inibiscono il riparo del genoma stanno muovendo i primi passi della sperimentazione clinica nell’uomo.                                                                                                                                                     

Sapremo nei prossimi 5-10 anni quanto sono importanti nella cura dei tumori». 
La ricerca – precisa infine il comunicato – è stata realizzata nei laboratori dell’Ieo, in collaborazione con l’università degli Studi di Milano (dipartimento di scienze biomolecolari e biotecnologie e dipartimento di medicina, chirurgia e odontoiatria) e con l’università degli Studi di Perugia (dipartimento di medicina clinica e sperimentale, policlinico Monteluce). Ed è stata possibile grazie ai finanziamenti dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), del ministero della Salute, di Cariplo e della Comunità europea.

 

Tratto da: Quotidiano.net del 01.01.2009

 

 

RIFLESSIONE COSMOARTISTICA

Per uscire a sconfiggere il cancro ( e le varie manifestazioni) oltre agli studi sulla genetica, non sono da trascurare i lavori per sconfiggere i veleni esistenziali che sono i prodromi di molte insorgenze patologiche somatopsicodinamiche.

Il farmaco è importante per tagliare la proliferazione delle cellule cancerogene, quanto anche per lenire la sofferenza oncologica.

Un lavoro per favorire la creatività e mantenere vitali  le persone affette da varia patologie oncologiche, sono farmaci dell’anima che,  sia a livello psicologico che psicoaffettivo, sono necessari alla risoluzione di varie psicodinamiche tra il  paziente , l’ambiente familiare e quello psicosociale.

Rivisitare il proprio vissuto (partendo da quello prenatale) e situarlo in relazione al proprio contesto familiare, vuol dire portare a rendere consapevoli le persone delle psicodinamiche consolidate nel proprio mondo interno ed in quello relazionale.

Il riconoscimento e l’assunzione (rendere consapevoli-non negare), uscendo dalle maschere e dalle menzogne esistenziali,  permette alla persona di riappropriarsi della propria storia ,  favorendo l’evoluzione e la crescita psicodinamica.

Metodologia di base

Oltre ai gruppi psicodinamici (piccoli gruppi) di elaborazione settimanale.

Cinematografia Cosmoartistica (visione e riflessioni sulle storie cinematografiche nel tentativo di compararle ai propri vissuti).

Gruppi teorici-pratici di elaborazione psico-culturale (es. Studio e presentazione di Libri, opere d’arte in genere, etc…).

Lavori corali di gruppo, sulla manualità e l’espressività corporea (es. mimica e psicodramma).

Lavori di riflessione personale(analisi individuale-psicoterapia), di coppia e di famiglia.

Finalità principale

Favorire l’uscita dei meccanismi coattivi per favorire il rafforzamento dell’Io Persona, sviluppando  le capacità creative.

Creare quantum di Bellezza Seconda, per favorire la creazione di un’anima immortale dell’Essere.

 

 Testo elaborato da Enrico G. Belli –dicembre 2010-

 

 

P.S. documento recente sull’immortalità delle cellule tumorali.

Le cellule immortali di Henrietta

Pubblicato il 7 dicembre 2010 da donnedellarealta

Il vaccino antipolio grazie alle cellule «HeLa» nel 1952, l’ anno peggiore della poliomielite, fu messo a punto il vaccino che è servito a proteggere milioni di persone

 

Si chiamano cellule «HeLa» e crescono dagli anni Cinquanta nei laboratori di tutto il mondo. È la prima linea cellulare derivata da cellule umane, ed è considerata immortale. Le ricerche effettuate utilizzando le cellule HeLa hanno portato ai più importanti avanzamenti nel campo della Medicina. Basti dire che grazie a esse, nel 1952, l’anno peggiore per la poliomielite, fu messo a punto il vaccino che protesse milioni di persone. Ma per mezzo di queste cellule i ricercatori hanno anche imparato le tecniche di base per la clonazione e su di esse sono state condotte importantissime ricerche genetiche, sono stati sviluppati farmaci contro i tumori, l’ Aids, l’ herpes, la leucemia, l’ influenza, la malattia di Parkinson e tante altre malattie. Ben cinque premi Nobel sono stati attribuiti per ricerche condotte su di esse.

Ma da dove provengono queste cellule? HeLa sta per Henrietta Lacks, la cui incredibile storia – che oggi solleva enormi interrogativi morali, etici, economici e sociali – è stata raccontata da Rebecca Skloot nel libro «The Immortal Life of Henrietta Lacks», pubblicato nel febbraio scorso negli Stati Uniti dalla Crown Publishers. Adesso, intorno a questa straordinaria vicenda personale e familiare commovente e pressocché sconosciuta, si è messa in moto la grande macchina del cinema americano: sulla vita di Henrietta sarà realizzato presto un film.

Henrietta Lacks era, nel 1951, una donna di colore di 30 anni, che a stento sapeva leggere e scrivere, discendente di schiavi liberati. In quegli anni, da tempo si provava inutilmente a far crescere cellule umane in laboratorio, per poter effettuare fuori dal corpo umano ricerche di fisiologia e sperimentazioni di nuovi farmaci che non si sarebbero mai potute condurre su esseri viventi. Inevitabilmente, le cellule o non si sviluppavano proprio – anche perché ancora non si sapeva esattamente di quali nutrienti avessero bisogno -, o si infettavano, o comunque si rivelavano troppo deboli per crescere. Ma un giorno del 1951, nel laboratorio del dottor George Gey, del Johns Hopkins Hospital di Baltimora, avvenne qualcosa che lasciò tutti di stucco. Le cellule prelevate da un tumore della cervice uterina di una paziente operata pochi giorni prima, giunte in laboratorio in una provetta sulla quale c’ era scritto solo «HeLa», stavano replicandosi a rotta di collo, raddoppiando di numero ogni 24 ore.

Era nata la prima linea immortale di cellule umane, che nel giro di pochi anni sarebbe stata distribuita in tutti i laboratori del mondo. Tutto inizia il 29 gennaio 1951. Henrietta entra nel reparto di ginecologia del Johns Hopkins Hospital. Ha un appuntamento con il dottor Howard Jones, per un controllo ginecologico. La donna è disorientata, non ha confidenza con gli ospedali e i test clinici; da quelle parti è ancora il tempo di ambulatori separati per i bianchi e i neri. Visitandola, il dottor Jones trova un tumore viola brillante sulla cervice uterina, che sanguina appena viene sfiorato: di questo aspetto non ne aveva mai visti prima. Fa una biopsia e spedisce il materiale in laboratorio, mentre Henrietta se ne torna a casa con il marito e i cinque figli piccoli. Dopo pochi giorni il dottor Jones riceve il responso del laboratorio: carcinoma epidermoide della cervice, stadio I. Vuol dire cancro.

Quello che sorprende il dottor Jones è che Henrietta aveva partorito in quello stesso ospedale quattro mesi prima, ma allora nel suo utero di quel tumore non c’ era traccia. A che velocità era cresciuto? Dopo aver ricevuto il responso del laboratorio, Henrietta viene richiamata in ospedale per l’ intervento. La opera il dottor Lawrence Wharton, che preleva un pezzo di tessuto dal tumore di Henrietta e un altro da una porzione sana della sua cervice, e spedisce tutto nel laboratorio del dottor Gey, un patologo che, fino ad allora senza successo, stava provando a far crescere cellule umane in laboratorio. Come di prassi, nessuno chiede a Henrietta il consenso per il prelievo. Ma, mentre le cellule tumorali di Henrietta crescevano velocemente all’ interno delle provette marcate con la sigla «HeLa», altrettanto velocemente crescevano nel suo organismo. Il 4 ottobre di quell’ anno, Henrietta muore e viene sepolta in una tomba senza lapide nel cimitero di Clover, in Virginia.

Non seppe mai nulla del fatto che avrebbe continuato a vivere nelle piastre dei laboratori di tutto il mondo. E nulla seppero i suoi familiari. Fino a quando, nel 1976, non furono contattati da ricercatori della Johns Hopkins University, interessati a compiere studi su di loro, per saperne di più sulla genetica delle cellule HeLa. I figli di Henrietta furono scioccati nell’ apprendere quanto era stato fatto con le cellule prelevate alla loro madre, che esse avevano dato un enorme contributo alla scienza e dato impulso a floridissime compagnie di ricerca. E pensare che i figli di Henrietta non potevano (e non possono) permettersi di pagare un’ assicurazione sanitaria.

Proprio per questa enorme contraddizione, considerato il contributo che le cellule di Henrietta hanno dato alla scienza medica, Rebecca Skloot, l’ autrice del libro su questa eccezionale vicenda, ha avviato la Henrietta Lacks Foundation, con lo scopo di raccogliere fondi per aiutare i familiari della donna a ricevere una formazione scolastica e a pagarsi un’assicurazione sanitaria.

di Danilo Diodoro

dal Corriere della Sera- 5 dicembre 2010                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

CINEMATOGRAFIA COSMOARTISTICA

Incontro al CINPSY INSTITUTE DI CATANZARO

Viale De Filippis, 148

 Sabato 25 giugno 2011 – ore 16.00/20.00

ALEXANDER
(Il mito, il sogno e la storia)

 
 
Nell’immagine della locandina
Colin Farrel nel film “Alexander”

                                                  Un film di Oliver Stone> 

                                            Interpreti: Angelina Jolie, Colin Farrell, Val Kilmer, Jared  Leto, 

                                                       Rosario Dawson, Anthony Hopkins.

  

Il mito di Alessandro il Macedone(detto il Grande)-Alessandro Magno, che nel IV secolo a.C. conquistò Grecia, Egitto, Persia , Afghanistan e India (il 90% del mondo allora conosciuto) racchiude un sogno ancora più grande: quello di unire Oriente ed Occidente e favorire l’integrazione delle razze senza discriminazione alcuna, archetipo ancora attuale a cui l’odio razziale e la volontà di dominio si oppongono tramite le etnie dominanti che mantengono i meccanismi degli stermini e delle pulizie etniche in ogni tempo.

 

 

RIFLESSIONE INTERPRETATIVA SUL FILM DI OLIVER STONE
di Valerio Massimo Manfredi

Il giudizio e la interpretazione, su ogni essere umano,
ha le mille sfaccettature e i mille punti di vista da cui lo si osserva,
così succede per la vita dei piccoli uomini, di ogni giorno,
sia per i grandi uomini;
l’unica differenza è il numero delle persone,
che considerano queste mille sfaccettature
e la memoria storica delle loro gesta,
che si tramandano fino a noi.
Viene naturale quando si considera la vita di un uomo, specie di un grande uomo che si erge a simbolo, celebrarlo e osannarlo come un Dio o denigrarlo come un demone.
Merito del regista Oliver Stone di avere ricordato e celebrato non solo le sue gesta, di cui sono piene i libri storia, attraverso epiche scenografia di battaglia quella di Gaugamela contro i Persiani e quella contro gli elefanti in India, dall’ impronta quasi fumettistica, disegnata, anatomica, e la vista quasi biblica della lussureggiante Babilonia coi suoi giardini pensili; ma, di avere celebrato un suo ritratto umano e le sue contraddizioni psicologiche, secondo lo storico Robin Lane Fox…

La valutazione di un uomo non è solo nelle sue gesta pubbliche,
che lasciano una impronta sulla storia,
ma anche la valutazione del suo privato.
Oliver Stone, in maniera apparentemente antipatica,
si sofferma sulla vita sessuale e amorosa di Alexander,
fino a, quasi, farlo divenire il life motif dell’intero film.
Il suo rapporto amore odio per il padre, per la madre,
un amore carnale e sentimentale per le donne,
adombrato dalla figura della madre,
e per gli uomini: femminei, in rigetto alla figura del padre…

L’ossessione del fardello della eredità di Achille,
del suo amore per Patroclo, trasmesso dalla madre,
del suo sapere, del suo conoscere,
che contrastava colla grossezza del padre Filippo.
Amore per il padre,
ma allo stesso tempo una grande distanza da lui per sensibilità.
Il suo parlare al cavallo, Bucefalo: una sensibilità che fa venire in mente Erickson quando parla delle doti di un uomo, che sa grattare i maiali, ovverosia che sa comprendere gli altri della sua e di altre specie.
Alexander: un grande comunicatore..
Il sogno di una integrazione tra civiltà diverse ottenuta, in modo cruento, attraverso la conquista militare.
L’idea universale e solitaria di Alexander di una umanità che veniva coinvolta senza più distinzione tra conquistati e conquistatori, tra civiltà superiori ed inferiori, tra barbari e non.
Il regista ha calcato su alcuni aspetti che lui sentiva senza seguire troppo il botteghino e in questo mi sembra raro ed ammirabile.

La complessità del suo rapporto coi genitori,
un rapporto continuo di amore e odio,
di distacco e di ricerca, di emulazione e di superamento
e nel contempo di autoaffermazione.
La sua sessualità, che, oltre per consuetudine storica,
nasceva dalla condivisione
di amicizia, di filosofia, di emozioni e di sogni
e di partecipazione alle cose della vita,
per cui non poteva non essere che tra uomini,
(per es. con Efestione),
visto che l’unica donna,
che avrebbe potuto affermarsi in questo era la madre,
con la quale era in antagonismo ed in fuga,
per la sua autoaffermazione, in un continuo conflitto edipico.
Alexander, forse era troppo grande la sua ricerca;
forse nel troppo cercare ci si perde e si finisce per sfidare l’infinito.
Oltre a qualcosa di già conquistato
c’è sempre qualcosa ancora da conquistare,
in una ricerca, che ha solo un principio,
ma che è senza fine.
L’infinito non ha nè forma nè consistenza
e ci si perde nell’abbracciare un sogno,
che non ha né odore né sapore
ed è inarrivabile per l’uomo.
Alexander ha posseduto gran parte del mondo conosciuto,
sfumature di infinito,
ma non ha mai posseduto, interamente,
i colori della sua vita di uomo.

Il Codice Simmetrico e la Cosmo-Art


CINPSY EDITION, 2011, pp.400 - €.25,00

 

Presentazione di Antonio Mercurio

“Dice il “Manifesto della Cosmo-Art” che il dolore serve per creare e non per espiare. Per creare il passaggio da un’identità grezza a una identità sempre più evoluta: dall’identità animale e reattiva all’identità dell’artista che è capace di creare una bellezza immortale.” Da “Ipotesi su Ulisse”, p. 189.

Questo assunto è quello che albeggia in tutto il nuovo saggio di Enrico G. Belli, da anni interprete del mio pensiero con originalità e profondità riflessiva, e trova coronamento nel commento al mio ultimo lavoro “Ipotesi su Ulisse”, anche se il tutto parte da molto lontano, come lui ricorda, dal lontano 1984, in occasione di un convegno nazionale della SUR a Catania, nella Terra dei Ciclopi.

In quell’occasione, presentando una relazione su “Odisseo/Edipo, mito archetipo come significante intrapsichico”, sembrava suggerisse quello che poi è stato la nostra riscoperta del mito omerico, come narrato nell’Odissea, con al centro la figura di Ulisse. “Torna al verso di Omero”. (di Ali Podrimja).

Da anni, con il nuovo taglio cosmoartistico da me offerto alla figura del personaggio omerico, è stato improntato il progetto della Cosmo-Art, obiettivo primario della SUR “Sophia University of Rome”, dal 1995 Ulisse “l’uomo dai mille patimenti” (Omero) è stato scelto come emblema per l’edificazione del mito della Cosmo-Art.

Nelle pagine di questo saggio “Il Codice Simmetrico e la Cosmo-Art” si parte da un’accurata ricerca e riflessioni sul mito, con approfondimenti del rapporto tra mito- sogno-poesia, in un’ottica antropologica e metapsicologica.

Il capitolo sulla Bi-logica di Ignacio Matte Blanco (Il Codice Simmetrico) e l’accostamento alle tematiche cosmoartistiche, trovando terreno comune nelle teorie kleiniane (Melanie Klein) – oltre che di Freud e Jung-, sono da Enrico Belli accostate e puntualizzate con acume critico e originali osservazioni.

L’introduzione alle teorie sull’Estetica e la Creatività di Matte Blanco, sono spesso comparate alle tematiche cosmoartistiche: originali, il richiamo a poeti famosi (Neruda -Ungaretti) e a quelli meno famosi contemporanei (es. C.M.Ranieri di Catanzaro), fino all’approfondimento sulle tematiche dell’onirico ed all’osservazione sul fenomeno del delirio.

Un riconoscimento più sentito va comunque a quella seconda parte del saggio, dedicato alla COSMO-ART, nel quale il mio pensiero ed il cammino della SUR (“Sophia University of Rome”) vengono presentati in una larga sintesi nei passaggi storico-esistenziali e di elaborazione teorico-pratica: dalla Psicoterapia Analitica alla Antropologia Personalistica Esistenziale, dalla Sophia-analisi alla Sophia-art, fino alla Cosmo-Art…

Enrico G. Belli, oltre che studioso e storico attento, dà prova delle sue capacità narrative, quando commenta con osservazioni personali gli Assiomi ed i Teoremi della Cosmo-Art, facendoci entrare nel suo mondo personale, raccontando episodi della sua vita significativi: storie in cui narra ed affronta con calore il dolore ed altre in cui con autoironia ci porta a percepire con leggerezza la profondità della sua anima.

Dalla Terra dei Feaci, che lui precisa in una nota sia da individuare nella Calabria (secondo l’ipotesi avanzata dallo studioso tedesco A.Wolf), e particolarmente in quella striscia di terra tra i due mari (Tirreno e Ionio), che va dalla foce del fiume Amato nel lametino fino all’antico Porto della Rocelletta di Borgia (foce del Còrace) nei pressi di Catanzaro Lido, riallaccia sempre il discorso secondo la mia “Ipotesi su Ulisse”.

Un grazie per come il mio pensiero è stato accolto (come gli antichi Feaci accolsero il naufrago Ulisse), per lo stile scorrevole e preciso con cui esprime i vari argomenti: ogni libro (pubblicazione) è un aggregatore dell’anima cosmoartistica che dobbiamo creare e consolidare negli anni a venire.

Ad Enrico, che ho recentemente nominato Promotore scientifico-culturale per i rapporti della SUR “Sophia University of Rome” con l’America Latina, il mio augurio di una diffusione di questo testo, importante per l’argomentazione trattata e per le innumerevoli prospettive che offre ad approfondimenti successivi. La creatività della SUR “Sophia University of Rome”, che sta conoscendo stagioni di produttività editoriali e costanti approfondimenti, particolarmente sulla Cosmo-Art, è sempre più indirizzata a costruire questo mito cosmoartistico, certi che approfondendo le tematiche del mito odisseico (centrato sul travagliato “nostos” di Ulisse) si costruisce e si mette in opera quello cosmoartistico che ha come obiettivo cardine “la creazione della Bellezza Seconda”.

A questa mia breve introduzione, al volume di Enrico G. Belli “ Il Codice Simmetrico e la Cosmo-Art”, consiglio di aggiungere la relazione del gruppo di Cosmo- Art di Roma, redatto da Francesco Sollai, in occasione del Seminario sul VI Teorema e Vita prenatale. (XII Laboratorio di Antropologia Cosmo-artistica )

Antonio Mercurio, Fondatore e Presidente della SUR “ Sophia University of Rome”, Filosofo, Antropologo, Sophia-analista, Sophia-artista, Cosmo-artista.

Corso di Cinematografia Cosmoartistica

Prossimo incontro 2 aprile 2011 ore 15.00 presso Cinpsy Institute Catanzaro.

AVATAR (film- Interpretazione cosmoartistica).

Avatar è un film di fantascienza del 2009 scritto, diretto e prodotto da James Cameron e interpretato da Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Giovanni Ribisi e Michelle Rodríguez.

 Premessa.

   Il film viene chiamato AVATAR (in quanto parla di un essere ibridogenetico con due dna: umano e na’vi, quasi una rincarnazione di un corpo in un altro) che si trova poi a vivere un’esperienza di scelta tra l’identità preesistente  e l’altra acquisita: dinamicamente preparare una seconda nascita. Nell’iconografia induista alcuni avatar hanno il corpo di colore azzurro, come il popolo Na’vi, come  Krishna (VIII Avatar di Vishnu), anche lui  raffigurato con la pelle azzurra.

   Nell’Induismo l’AVATAR o gli AVATARA  sono considerati come diverse forme dell’Uno, il Dio Supremo, o Brahman, che egli adotta per rendersi accessibile all’uomo. Avatar, dal sanscrito, significa “disceso”: il dio che si incarna nell’umano.

   « Così ogni volta che l’ordine (Dharma. legge cosmica) viene a mancare e il disordine avanza, io stesso produco me stesso, per proteggere i buoni e distruggere i malvagi, per ristabilire l’ordine, di era in era, io nasco. » (Bhagavadgītā IV, 7-8. Corrisponde al Mahābhārata VI, 26, 7-8- Il canto del Beato. )

    “I  Vaishnava, che costituiscono approssimativamente l’80% degli indù di oggi, adorano uno dei tre più recenti avatar - o incarnazioni terrestri – di Vishnu come divinità principale. Il settimo avatar di Vishnu è Rama, l’ottavo è Krishna, e il nono cambia secondo le fonti: è identificato con Buddha nella grande maggioranza delle scuole, ma anche, più raramente e meno seriamente, con Gesù Cristo. L’integrazione di Buddha nel pantheon indù è comparsa tardi, probabilmente nell’VIII secolo; questo procedimento -in fin dei conti abbastanza ardito- è l’espressione della controriforma brahmanica al Buddhismo, iniziata nel II secolo a.C.  Alcuni riconoscono tutti i personaggi menzionati come veri avatar, aumentando così il numero tradizionale di dieci avatar (incluso Kalki, che apparirà alla fine dell’era presente, il Kali Yuga) fino a 27…”

(da Wikipedia, voce Avatar…)

   Nel film si citano i miti di  PANDORA (satellite) e di POLIFEMO (pianeta), nomi che si riferiscono a personaggi della mitologia greca.

   Secondo un taglio antropologico e meta psicologico questo racconto è una trasposizione di problematiche  psicodinamiche (archetipi), presenti da sempre nel cuore dell’umanità.

a)      Polifemo (pianeta) è una trasposizione del Pianeta Terra che ospita gli umani (forza divorante);

b)      Pandora (satellite) è una parte di esso, nel senso che gira intorno a Polifemo (possiamo considerarlo un   ecosistema-bellezza prima della natura- come la FORESTA AMAZZONICA è un ecosistema della Terra (dono e/o inganno?)

   Pertanto se Polifemo (figlio di Poseidone e nipote di Zeus) è la Terra, quindi  rappresenta l’Umanità nella sua sete di AVIDITA’ divorante, l’archetipo (dinamica sempre presente dai primordi del tempo) è proiettato su un’altra dimensione dello spazio-tempo nel sogno-narrazione del film, Pandora è un ecosistema vicino che gli umani vogliono sfruttare per i loro bisogni di avidità.

   Se rapportiamo la dinamica a quello che ancora oggi viene vissuto in alcuni ecosistemi del Pianeta Terra  (es . Amazzonia), il tutto è frutto di un doppio inganno che l’Umanità fa a se stessa, come compare nel mito di Pandora ai primordi. (Bellezza prima da preservare, distruzione e riapertura continua  di tutti i mali).

   Pandora è una creatura (un-Avatar ibrido) che Zeus manda agli umani  per inganno e volontà punitiva, creatura bella  che contiene con sé un  potere seduttivo e  distruttivo. Cosa fa oggi l’uomo pensando di sfruttare, aprire il vaso, degli ultimi ecosistemi del Pianeta per sfruttarne le risorse? Non fa altro che auto ingannarsi per sete di avidità, devastando il territorio amazzonico ne impoverisce il suolo e rischia di far scomparire un ecosistema ricco di fauna e flora particolari che, per quanto ricco è molto fragile, se viene deforestizzato e divorato (aperto!), più che ottenerne benefici ne otterrà malefici.

   Riaprire questo vaso (ricordarsi che il mito è una pura dinamica che si ripete nello spazio-tempo di questo nostro universo), riattivare  nuovamente il mito, vuol significare tentare di creare una nuova strada di bellezza, che calmi la sete di AVIDITA’ e prepari un’anima immortale di Bellezza Seconda.

   Nascere una seconda volta, dopo aver lottato per sconfiggere (O DARE UN LIMITE) alla propria e all’altrui AVIDITA’ forse vuol significare che la strada di bellezza nuova da compiere è tentare un nuovo equilibrio per raggiungere quel desiderio d’immortalità che la Vita e l’intero Cosmo anelano.

   Noi siamo Pandora e Polifemo.

   Pandora ancora oggi è necessaria all’uomo per compiere una nuova scelta (preservare quanto più possibile la bellezza della vita), Polifemo, come pulsione dell’umano,  va riconosciuto e controllato nella sua sete famelica e distruttiva.

   P.S. Mi piace un’ultima osservazione preliminare, come termine metaforico di paragone: Pandora = Troia da espugnare o “LA TERRA DEI FEACI” ?

   Nel primo caso Pandora non  cade nel tranello e nell’inganno come Troia, il nuovo Ulisse si schiera con il territorio assediato e salva i nativi e se stesso, non distrugge gli assedianti ma ne favorisce il ritorno in patria. (Violenza difensiva e Non-violenza-due arti esistenziali).

   Nel secondo caso il nuovo Ulisse accetta di restare su Pandora e ne sposa una figlia, accoglie l’invito di incarnarsi e cambiare identità, non più divoratore/divorato (identificazione con l’aggressore), ma persona libera affrancata che può vivere in armonia con l’Universo.

   Ma c’è di più come tematiche da approfondire in AVATAR.

    La creazione della realtà da parte della nostra coscienza avviene grazie all’esistenza di un campo che unisce tutti i fenomeni dell’Universo. Questo campo è connesso ad una rete che collega tutti gli elementi della biosfera, tutti gli elementi dell’Universo. Comunemente chiamata Matrice Divina, essa interagisce con tutto ciò che è stato creato consapevolmente. La Matrix è composta a sua volta da un’energia O. O. (Onnicreante, Onnipresente) che crea consapevolmente la realtà…

 Interpretazione filosofico-esistenziale.

Sul concetto di infinito.

   Quanti sono i mondi possibili?  Sistemi planetari, Galassie, altri universi, paralleli e concentrici esistono ?

   Breve riflessione sulle principali teorie ermeneutiche sul concetto d’infinito.

    Il concetto d’infinito, nella storia della cultura umana è presentato orientativamente in tre forme diverse: 1. Un Infinito Fisico (relativo, ad esempio, alle dimensioni dell’ Universo; 2. Un Infinito Metafisico ( relativo, ad esempio a Dio) ; 3. Un infinito Matematico (relativo, ad esempio, ai numeri). Fin dalla tarda cultura occidentale greco-romana le concezioni sull’infinito, orientativamente in queste tre forme, hanno esplicitato visioni disparate.

     Anassimandro di Mileto (VII sec. a. C.) identificava l’infinito nell’ Aperion, termine greco che significa ciò che è privo di limite, illimitato, infinito. L’infinito si configura come padre di tutte  le cose e punto da cui hanno avuto origine la realtà e il mondo.

   Questa concezione è molto vicina a quella orientale dei Gianisti – antecedenti all’ Induismo (XI sec. a.C.) -  questi pensavano che l’universo avesse una durata infinita, infinito in quanto sempre esistito (senza inizio e quindi senza fine). Questa concezione è stata poi evoluta e conglobata nell’idea induista dell’infinito illimitato, del ciclico, del periodico, del tempo circolare. L’infinito è in questo tempo ciclico in cui si perpetua la nascita, la crescita la distruzione e poi una nuova rinascita e così via, in un eterno ritorno ciclico (infinito).

Cfr. Una concezione simile avevano gli Stoici (IV sec.a.C.), nel continuo perpetuarsi dell’Universo all’infinito.

     Con Parmenide, ed anche con Platone ed Aristotele il concetto di infinito assume un aspetto negativo. Infinito, non più sostantivo-ma aggettivo, come sinonimo di incompiuto, indefinito, illimitato, contrapposto alla positività dell’ essere finito, determinato e perfettamente compiuto in se stesso. L’infinito per Aristotele è solo una possibilità potenziale (non in acto).

    Anche Pitagora, nella sua concezione dei numeri interi il divino risiedeva nel finito, nella sua completezza. Ma il pensiero pitagorico, messo in crisi dalla scoperta di grandezze incommensurabili e soprattutto dall’infinito piccolo (cfr.radice quadrata di 2. col periodico infinitamente piccolo) non produrrà con chiarezza nessun concetto d’Infinito.                                                                                                                                                                                 

   Plotino (III sec. d.C.)  distingue l’infinito potenziale della matematica, inteso come inesauribilità del numero, dall’infinito metafisico, inteso come illimitatezza della potenza dell’Uno (Dio). UNO !

   Con Tommaso d’Aquino (1225- 1274) l’Infinito coincide con l’ Essere (Dio), mentre finita è la realtà materiale dell’universo, viene rivisitata e corretta la concezione aristotelica con l’affermarsi del pensiero cristiano.

   Nicola Cusano (1401-1464), stabilisce per primo che l’infinito matematico coincide con l’infinito divino. La sostanza della sua dottrina era data dall’idea di infinità dell’essere, nel quale tutto coincide(uno), la conoscenza umana, di fronte a tale immensità dell’infinito, poteva solo intuirlo.

   Giordano Bruno (1548-1600), è il primo pensatore a porre le basi di una concezione dell’Infinito (definita panteistica dalla Chiesa e pertanto confutata) in cui l’Universo è infinito in quanto effetto di una causa infinita, che è Dio. In questa concezione si ipotizza l’esistenza di un numero infinito di mondi, come conseguenza necessaria dell’ infinita potenza di Dio. Concezione nuova questa di G. Bruno  che inizia a postulare infiniti mondi nell’infinito spazio per un infinito tempo, anticipando concezioni moderne sugli innumerevoli universi ed infiniti possibili, dai fisici e dai matematici moderni.

    A questo punto  è importante introdurre il concetto di “corrispondenza bionivoca”, per primo introdotto da G. Galilei, per comprendere un nuovo concetto d’infinito nella stessa teoria di Ignacio Matte Blanco., dell “Inconscio come insiemi infiniti ”.

   “…Galileo fu il primo a scoprire questo. Il fatto che a ogni numero corrisponde il suo doppio, quindi a zero corrisponde zero, a uno corrisponde due, a due corrisponde quattro, tre, sei, e così via, e che a ogni numero pari corrisponde la sua metà, nel caso di due uno, nel caso di quattro due, eccetera. Questo è quello che in matematica si chiama una “corrispondenza biunivoca”, che  significa: ogni numero intero ha il suo doppio, ogni numero pari ha la sua metà. Vedete  che la corrispondenza poi è di quel genere lì. E questa fu una scoperta: il fatto che nell’infinito è possibile avere una parte, cioè per esempio i numeri pari, che hanno lo stesso numero di elementi del tutto. Questo oggi è stato rivoltato. Non è più un paradosso dell’infinito, come invece veniva presentato da Galileo, e da altri dopo di lui, bensì è diventato la definizione dell’infinito. Ed è una definizione positiva, cioè non è più negativa. Che cos’è infinito? Infinito è qualche cosa tale che c’è una sua parte, che ha in realtà  lo stesso numero di elementi del tutto. E come si fa però a sapere qual è il numero? Sono tutte e due infiniti. Il numero si fa in questo modo: cioè si mette in corrispondenza ciascun elemento della parte con un elemento del tutto e viceversa. E quando questa “corrispondenza biunivoca” esiste, si dice che i numeri sono uguali. E se c’è una parte che ha lo stesso numero di elementi del tutto, questo si dice che allora è l’infinito. Ed è la definizione che ancora oggi viene usata in matematica.”

51.Odifreddi  P., Storia dell’Infinito, Intervista a Rai  Educational, Copia  elettronica  presente sul sito www. filosofia.rai.it –30/04/2001.

( Ora in “Il Codice Simmetrico e la Cosmo-Art” di Enrico G. Belli,  Cinpsy Edition ,  2010, pp.396).

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